di Stefania Ragaù

In questo romanzo di Erri De Luca si è posti dinnanzi alla classica struttura del Bildung roman: si assiste al passaggio dall’adolescenza all’età adulta del protagonista. Ma questo processo di formazione è intrinsicamente connesso con un al di là che travalica le questioni private, per farsi portavoce di una dimensione più ampia. Infatti in parallelo alla vicenda individuale del ragazzo corre un’altra storia, quella collettiva che si snoda attraverso i racconti di Don Gaetano. Una sorta di padre putativo del ‘guaglione’ attraverso cui De Luca può far passare la Storia, soprattutto ricordando il racconto dell’insurrezione di Napoli del 1944, descrivendo come le persone siano capaci di unirsi e farsi popolo. Attraverso l’ascolto del protagonista Don Gaetano può tramandare quella storia, che altrimenti resterebbe materiale inerte, come quei libri che il ragazzo scopre da Don Raimondo, altro personaggio tra le tante figure che costellano il romanzo. “Più di vestiti e scarpe, i libri portano l’impronta. Gli eredi se ne liberano per esorcismo, per togliersi il fantasma. La scusa è che c’è bisogno di spazio, si soffoca di libri. Ma che ci mettono al loro posto, addosso ai muri col segno dei loro contorni?”, questo è quanto dice Don Raimondo al ragazzo, il quale invece non vuole liberarsi da quei fantasmi, da quelle storie, che sono anche la Storia, quella stessa che gli viene consegnata da Don Gaetano, sotto forma di un racconto e di un coltello. È così che si apprende la storia per Erri De Luca, oralmente, come egli stesso ammette di averla imparata: origliando gli adulti dietro le porte socchiuse, divenendo in questo modo “frequentatore dei tempi in cui non c’ero”.
Don Gaetano lascia dunque un’eredità al ragazzo, il quale appare, via via che la narrazione scorre, come il giovane alter ego del portiere. Si può interpretare questo lascito che è l’implicito insegnamento di Don Gaetano, come il compito di non interrompere la trasmissione di quella storia, appresa innanzitutto oralmente. Nella scena in cui il maestro dona il coltello al ragazzo si può leggere una condensazione metaforica di quanto egli riceva in eredità e di come si debba comportare verso di essa: “ «È un regalo importante, mi devo sdebitatre con voi.» «Ti sdebiterai, non con me. Quando sarà, regalerai un coltello a un giovane e così ti sarai sdebitato.»”. Solo modo per saldare questo debito è dunque quello di continuare la catena simbolica di passaggi, usando quel dono unicamente in caso di pericolo. Ed è così che il ragazzo attraverso il sangue potrà difendere e salvare la sua felicità, donatagli da Anna, la ragazza da sempre sentita come quella a lui destinanta. Una ragazza che, come afferma lo stesso autore in un’intervista, “è una forza capace di scatenare la felicità che non è un picnic sul prato, ma un’offerta di sé fino al sacrificio”. Per De Luca questa è la felicità: un rischio, un colpo di frusta. Come Don Gaetano e i suoi concittadini rischiarono tutto in quei quattro giorni di insurrezione, come rischiò l’ebreo nascosto nello scantinato da Don Gaetano, così anche il ragazzo deve passare attraverso il sangue nella sua, seppur misera, storia personale. Sono tutte cose che capitano, il giorno prima della felicità.
Erri De Luca, Il giorno prima della felicità (Feltrinelli, 2009)








