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Archive for dicembre 2010

di Stefania Ragaù

 


In Wakefield, un racconto dello scrittore americano Nathaniel Hawthorne, la vicenda di cronaca, che da subito il narratore ci presenta, è la storia di un’assenza, intesa qui come «il più insolito caso di reato matrimoniale registrato fin’ora»[1]. Si tratta della storia di un uomo, Wakefield, il quale, all’insaputa della moglie e senza spiegazione alcuna, intraprende una sorta d’esilio volontario per vent’anni. Tutto è già riassunto all’inizio: non è infatti l’evento in sé al centro della narrazione, ma piuttosto la possibile riflessione sui motivi e le conseguenze che da tale evento scaturiscono, ovvero la ricerca di un senso dinnanzi all’insolito, a ciò che si inscrive nell’ordine dell’insensato.

L’agire anomalo di Wakefield, che lo porta ad affittare una stanza nella strada accanto alla propria dimora e a mettersi ad osservare la sua casa e sua moglie, non va interpretato come una fuga, quanto piuttosto, secondo Gianni Celati, come «la strana voglia di scoprire come appare il luogo familiare senza di noi»[2]. Questo infatti porta a riflettere «su come si diventa estranei a ciò che sembrava assolutamente nostro e scontato»[3]. Tuttavia quel divenire altro da sé indicato da Celati, è per Wakefield un passaggio obbligato per una presa di consapevolezza maggiore verso il suo stesso sé. La parabola di Wakefield ricorda il movimento dello Spirito di hegeliana memoria: il protagonista del racconto opera un movimento dialettico che lo porta a dirigersi verso l’esterno (il fuori di sé), al fine di poter cogliere l’effettiva natura del proprio interno (il dentro di sé). In sostanza, per poter comprendere appieno cosa significhi «sentirsi stranieri in casa propria» (Freud), Wakefield deve innanzitutto attraversare la soglia di casa e abitare quel Fuori. Non ha altro modo per accorgersi della sua condizione di anonimato, di perso nella folla, di straniero tanto nella sua città, quanto nella sua dimora, se non quello di attuare uno spostamento simile a quello teorizzato da Hegel nella Fenomenologia dello spirito.

Tuttavia, così facendo, Wakefield si scopre fuori dal sociale, in una condizione di sospensione che, se da un lato gli permette di svelare quella progressiva incrinatura del simbolico, dall’altro gli fa correre il rischio di cadere «fuori dal sistema di reciprocità creato dalle abitudini, col rischio di scivolare nell’abisso degli esclusi»[4].

La rappresentazione della solitudine di Wakefield inizia progressivamente a configurarsi, non tanto come allontanamento dal sociale verso luoghi deserti, ma piuttosto come sintomo di una fragilità interna al sociale stesso. Ciò che con l’industrializzazione è venuto meno è proprio la garanzia di un tessuto sociale coeso, la cui crisi ha avviato un processo di progressiva alienazione ed esclusione. Dallo strappo del tessuto sociale è emersa in maniera sintomatica la percezzione di un vuoto, una mancanza di senso o un «baratro simbolico», come lo chiama Celati. Wakefield si espone al rischio di perdersi in questa mancanza, divenendo così «il Reietto dell’Universo», ovvero, come suggerisce sempre Celati, un «espulso dai limiti dell’ordine costituito»[5]. La solitudine in cui si trova il protagonista diviene così  il simbolo dello «smarrimento nel cuore stesso del mondo civilizzato»[6].

Il motivo di interesse di questo racconto non sta tanto nell’avvertimento da parte dell’autore riguardo al potenziale pericolo di perdersi nel Fuori (un Fuori sempre più interno alla nostra società, un’extimité, direbbe Lacan); quanto piuttosto nella testimonianza del necessario movimento dialettico di Wakefield, che deve mettere a rischio la sua stessa soggettività al fine di giungere ad una coscienza di sé. Soltanto così, rischiando di restar escluso fuori dal sociale, Wakefield può finalmente pervenire alla propria struttura soggettiva. La soglia di casa, che Wakefield sceglie di attraversare, è il limite simbolico di garanzia che preserva il soggetto dal Fuori ma ne preclude la conoscenza, impedendo di fatto al soggetto di accedere ad una sapere su di sé cui Wakefield non rinuncia.

Anche il ritorno è inevitabile, pena la morte del soggetto stesso che si è arrischiato nel Fuori. Così anche Wakefield al termine del racconto ritorna a casa, arresta la caduta nel Fuori della sua stessa intimità. Ma che ne è della sua vita, di quella vita che egli ha lasciato per ben vent’anni?

 

Fermati Wakefield! Vuoi mettere piede nell’ultima dimora che ti è rimasta?

Ebbene entra nella tua tomba[7].

 

Ecco la risposta di Hawthorne. Ma cosa significa? Cosa ci dice l’autore al termine di questo breve racconto? Cosa simboleggia la tomba? Perché l’ultima dimora di Wakefield è rappresentata da una tomba?

Si potrebbe interpretare questo enigma conclusivo come l’impossibilità di reggere troppo a lungo la posizione di Wakefield, la necessità di ri-velare il vuoto simbolico per ritornare all’ordinario segnato da quei «sorrisi pieni di sotterfugi». C’è forse, in queste ultime righe, la consapevolezza, e con essa la critica dell’autore, che non esiste un’autenticità nella società dominata dalle folle anonime. Tuttavia non ci si può limitare ad una critica della società industriale, come propone Hawthorne. A partire dal suo racconto infatti è possibile cogliere un dato di struttura della soggettività. L’inautenticità infatti non deriva, come si potrebbe pensare, dalla corruzione operata dal progresso e dall’industrializzazione. Quest’ultima, con i suoi effetti di alienazione e straniamento, ci dice in sostanza che non esiste un’autenticità, indipendentemente dalla configurazione socio-simbolica in cui il soggetto è inserito. Nonostante l’inautenticità della vita nell’era dell’industrializzazione,  per sopravvivere è indispensabile un ritorno da quell’esterno, dal Fuori, pena la morte non dell’individuo, né del personaggio, bensì del soggetto.

La paradossalità della condizione umana[8] è quella di oscillare «tra le due morti» (Lacan): quella del Fuori e quella della Casa-Tomba.

 


note

[1] N. Hawthorne, Wakefield, in Storie di solitari americani, a cura di G. Celati e D. Benati, BUR, Milano, 2006, p. 61.
[2] G. Celati, op. cit., p. 10.
[3] Ibid.
[4] Ibid.
[5] Ivi, p.11
[6] Ibid.
[7] Ivi, p. 71.
[8] si veda a tal proposito il testo di Pier Aldo Rovatti, Abitare la distanza, Raffaello Cortina, Milano, 2007

 

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CAPRICCI – Dubrovka

 

Dormi,

madre di morte,

con in grembo

tuo figlio,

abortito.

 

(2010)

 

Giovanni Pilastro


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CAPRICCI – Fotografia

 

Posa.

Bianco e nero.

Donna distesa.

Attesa.

 

Fuoco.

Tempo e diaframma.

Respiro trattenuto.

Muto.

 

Scatto.

Palpebra e retina.

Occhio aperto.

Chiuso.

 

Stampa.

Pelle e pellicola.

Lucido liscio.

Nudo.

 

(2002)

 

Giovanni Pilastro


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di A. P.


Lacan, Sartre, Foucault, Althusser, Deleuze, Derrida, ecc. per citarne soltanto alcuni. Quattordici filosofi. Ciascuno con un motivo per essere amato e ricordato. Sarebbe possibile descrivere ciò che Badiou coglie del loro pensiero, snocciolando le ragioni filosofiche del suo amore. Ma francamente è cosa che lascio al lettore. A costo di apparire come qualcuno che non ha letto il libro, voglio dire che mi interessa proprio ciò che è indicato da subito nel prologo (nonché nella quarta di copertina): «Convoco i miei amici filosofi scomparsi […]. Essi vengono a dirci […] che l’imperativo del materialismo democratico contemporaneo, “Vivi senza idee”, è al contempo vile e inconsistente».

Non è dunque in gioco la ragione dell’amore, il perché della scelta di un filosofo rispetto ad un altro, ma è in gioco l’amore stesso. L’elemento interessante è l’atteggiamento, non necessariamente consapevole, di Badiou, tipico di un’altra generazione rispetto alla mia; tipico di chi, in possesso di un qualche mito (o maestro) ne elabora il lutto al momento della perdita, assimilandone anche i tratti energizzanti. Ma per noi, giovani trentenni, forse tutto ciò non è così familiare. La nostra possibilità di riprendere il discorso tramontato del mito non è così agevole. Per noi il mito, laddove individualmente se ne percepisce la necessità, ha qualche cosa di necessariamente costruito, di indiretto, di faticosamente trasudato dai libri, che non passa per l’amore vivo di relazione. Noi non abbiamo amici filosofi scomparsi! Paradossalmente dovremmo essere noi i filosofi destinati a morire, ma senza amici che abbiano bisogno del nostro ricordo. Non si fa che parlare di morte del padre, di generazioni cresciute nell’epoca dell’evaporazione del padre, fatto che, assieme alla indubitabile suggestione che tale discorso suscita, porta con sé la morte del mito e del maestro. Eppure, provocatoriamente, la mitologia del capitale gode di ottima salute. Forse, perciò, il confronto non è fra mito e assenza del mito ma confronto fra amore e mito. Da un lato, l’amore che si fa filosofia, politica, storia: quello di Badiou. Dall’altro lato, il nostro mito che si fa consumo, capitale, flessibilità del lavoro, inconsapevolezza di classe, sfruttamento, egoismo. È giunto il momento, allora, chiedendo un prestito a Cohen, di confrontare i nostri miti!

Tutto ciò non vuole essere una dichiarazione di guerra al testo di Badiou. Anzi, esattamente il contrario; voglio gridare la mia invidia feroce, e il mio tentativo di amore, verso chi può, con pensiero lucido e sereno, affermare, di questi quattordici filosofi: «Fui legato ad alcuni da amicizia, con altri ebbi qualche discussione. Ma sono felice di dire qui, in barba agli intrugli che vogliono farci ingoiare oggi, che questi quattordici filosofi scomparsi li amo tutti, ebbene sì. Sì, li amo».

Alain Badiou, Piccolo pantheon portatile, il melangolo, 2010.


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Oggi ho conosciuto un uomo. Un’impenetrabile assenza e la subita ipocrisia della giustizia lo accompagnavano.

Di fronte alle macerie della sua vita, ondeggiante come una porta né ben chiusa né ben aperta,

le mie parole sembravano le pacche del curato sulle spalle curve dei fedeli dolenti.

I morti non sono più che qualcosa che è stato. I vivi sono ancora qualcosa che è. Ma ci sono vivi che non sono né l’una né l’altra cosa.

Ecco che i margini del mondo coincidono con i margini dell’essere.

Ed ecco che vorrei vederli esplodere, spurgando tutto il rimosso in rivoli intrattenibili, urticanti, tossici, distruttivi, inassorbibili, rivendicanti, anormali, epifanici…

A. P.


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di A. P.

Osservare, della pena detentiva, la persistenza storica, nonché acquisirne i caratteri funzionali e strutturali ed interpretarne le distorsioni finalistiche, significa rinvenire il complesso ideologico che la sottende; significa, altresì, metaforicamente, proiettarsi in un caleidoscopio di idee, concetti, principi, mistificazioni, utopie, precetti morali, riforme e restaurazioni, in eterno, ciclico, ripetersi e opporsi. Lo stesso principio rieducativo che innerva, attraverso il dettato costituzionale (art. 27), l’ordinamento penale è tutt’altro che scontato ed univoco nel suo significato[1]. Concepire la pena come momento di intervento rieducativo vuol dire privilegiarne la capacità special-preventiva, subordinandole istanze retributive e general-preventive. Tuttavia, lo sguardo storico ci consente di affermare, senza troppe esitazioni, che la pena detentiva, dalla sua materializzazione settecentesca ad oggi, sia andata via via acquisendo e padroneggiando tutte le rappresentazioni erette a sua difesa e quelle prospettate per la sua riforma o eliminazione, tanto da presentarsi ai nostri occhi come pervasa da ciascuna di esse e compiutamente da nessuna; si tratta di una stratificazione di pensiero che induce ad una geologia della pena. La detenzione, nella sua primordiale concezione illuministica, toglie arbitrarietà ad un potere punitivo monarchico caratterizzato dall’eccesso, dalla spettacolarità e dall’eterogeneità dei supplizi: insomma toglie linfa vitale ad un diritto di punire coincidente col potere personale del sovrano, “identificazione teorica che fa del re la fons justitiae”[2]. L’obiettivo dei riformatori illuministi è “fare della punizione e della repressione degli illegalismi una funzione regolare, suscettibile di estendersi a tutta la società; non punire meno, ma punire meglio; punire con una severità forse attenuata, ma per punire con maggior universalità e necessità”[3]. La prigione colpisce un bene, la libertà, di cui tutti, indistintamente, sono possessori e del quale a tutti addolora perdere il possesso, mentre “le mura della cella diventano strumenti efficaci di punizione: mettono, infatti, il detenuto di fronte a sé stesso: egli è costretto ad «entrare» nella sua coscienza”[4], laddove il tempo, scandito dal silenzio e dalla ritualità quotidiana delle pratiche penitenziarie, si dilata fino a diventare “assoluto” e “coscenziale” e fino a perderne ogni percezione oggettiva[5]. È, di conseguenza, “l’impersonalità della struttura e l’uniformità dei metodi che permette di incidere sul singolo”[6]; il carcere non fa che rappresentare in modo sublimato il modello di una società perfetta, disciplinata e laboriosa, “i cui valori si irradiano nelle strutture stesse dell’istituzione, imprimendosi sul condannato con la forza della loro intrinseca razionalità”[7]. Connotato fisiologico degli istituti penitenziari, almeno nella loro interpretazione idealistica, è, dunque, il loro essere fonte di emenda del soggetto, accompagnata da un’essenziale funzione afflittiva della pena, in ossequio alla concezione retribuzionistica che colpisce il condannato con una sofferenza proporzionata al danno causato alla comunità, privata, quest’ultima, del sadismo spettacolare tipico dell’Ancien Régime. Ecco che il carcere si fa sanzione penale per antonomasia, fatto che renderà la storia della pena principalmente una storia della pena detentiva. Già il pensiero ottocentesco, tuttavia, non poteva ignorare la sfasatura tra il piano delle istituzioni ideali e quello delle strutture reali, connessa alla più che concreta consapevolezza della degenerazione morale indotta dall’ambiente carcerario: “mentre si delineano i grandi «sistemi penitenziari», si manifestano però anche i primi dubbi e le prime perplessità circa la possibilità di realizzare in ambiente carcerario un’efficace opera di rieducazione. Da un lato, si afferma con convinzione il valore dell’isolamento carcerario per favorire l’esercizio di un’emenda del reo che assicuri dai pericoli di recidiva; ma non manca dall’altro chi comincia a dubitare dell’attitudine del penitenziario in sé a determinare modificazioni positive nella personalità del condannato”[8]. Ma lo svilupparsi crescente di dubbi legati all’efficacia della detenzione non mette in crisi la convinzione della sua sostanziale insostituibilità, come se si potesse, ormai, professare la fine della storia nella dimensione del potere punitivo: “inevitabilità del ricorso alla pena detentiva, da un lato, e constatazione della sua inefficacia, dall’altro, sono così i corni di un dilemma”[9]. Passaggio successivo, perciò, attraverso il simbolismo sanzionatorio, è un ribaltamento esplicito di prospettiva: se l’istituzione concepita dagli illuministi presupponeva un’applicazione obiettiva della legge penale, nel senso di una sua impersonale attuazione al fine di impedire ogni disuguaglianza esecutiva, fatto che attraverso il principio dell’uguaglianza formale di tutti i cittadini davanti alla legge elideva qualunque personalismo applicativo, nei sistemi ottocenteschi tale principio viene capovolto, cominciandosi a delineare distinzioni e classificazioni fondate sulla personalità del condannato[10], a cui si accompagnano ipotetiche diversificazioni di regime penitenziario, in grado di ovviare alla promiscuità fra soggetti considerati recuperabili, generalmente delinquenti al primo reato e condannati a pene detentive brevi, e irrecuperabili, o quantomeno maggiormente pericolosi, cioè i condannati a pene medio/lunghe. “Variamente legato ad una base classificatoria soggettiva, il nuovo modo di concepire l’organizzazione strutturale del penitenziario rispetto al detenuto sembra presupporre l’abbandono di un’incondizionata fiducia nelle capacità del carcere di realizzare di per sé, in virtù del modello di organizzazione imposto ab externo, gli scopi preventivi cui viene preordinato. Per incidere sull’individuo, non basta inserirlo in una struttura pianificata che sia il segno tangibile della disciplina e dell’ordine calati nella realtà e che, per effetto della sua razionalità intrinseca, debba imprimersi «naturalmente» sul condannato. È piuttosto necessario valutare le sue caratteristiche, cogliere gli elementi più qualificanti della sua personalità, perché il carcere possa penetrare in lui, dominarne e piegarne gli impulsi agendo dall’interno, con un complesso di strumenti che realizzino non «la discipline des actes forcés», ma «la discipline des actes volontaires»”[11]. Il cribro interpretativo ottocentesco non deborda dall’ottica della pena correzionale, da un lato, e retributiva, dall’altro, equilibrata, però, da una sorta di visione realistica delle prigioni, fino a quel momento in parte oscurata dall’ottimismo illuminista. È maturo il tempo, allora, per il tratteggiarsi dei lineamenti di quella cosiddetta Scuola positiva che, a cavallo di un travolgente sviluppo industriale, andrà a minare le basi della concezione “classica” del diritto penale[12]. È grazie alla Scuola positiva, infatti, che è andata affermandosi la dottrina della prevenzione speciale, che va ad inserirsi di diritto nella tematica della pena[13]. Se quest’ultima, d’altra parte, diviene misura di prevenzione speciale (“prevenzione legata, cioè, alla personalità del singolo delinquente”), essa rischia di confondersi con quegli strumenti, specificamente teorizzati e in seguito codificati, deputati all’eliminazione della pericolosità sociale dell’individuo: “cosicché il sistema del «doppio binario», adottato dal codice penale italiano, e da altri codici, non appare più interamente giustificato”; non stupisce, quindi, la tendenziale spinta all’unificazione logica dei concetti di pena e di misura di scurezza[14].

Il concetto di pena sembra, in definitiva, in costante oscillazione fra un’interpretazione retribuzionistica e ed un’interpretazione special-preventiva fra le quali si inserisce la funzione di prevenzione generale, che, però, “non appartiene all’essenza logica della pena, intesa come castigo […], ma ne costituisce la giustificazione pratica”: infatti, “l’idea di «retribuzione» è logicamente alla base della pena, ma non può giustificarne l’applicazione in concreto, anche per l’impossibilità di stabilire i presupposti e i limiti, oggettivi e soggettivi, della retribuzione stessa”[15]. Se il concetto di castigo presuppone la libertà del volere, “lo stesso non si può dire del concetto di prevenzione generale: infatti, la minaccia di una sofferenza che sarà inflitta ove il soggetto compia una determinata azione, può operare come deterrente anche a livello di riflessi condizionati”[16]. Al di là del momento retributivo, imprescindibile, si può dire che, “mentre la prevenzione generale, pur non appartenendo alla essenza logica della pena, ne costituisce la necessaria e ineliminabile giustificazione pratica, la prevenzione speciale emerge solo come funzione eventuale da un punto di vista storico”[17]. È chiaro, fin da subito, il carattere pluridimensionale della pena: “le funzioni di retribuzione, di prevenzione generale, di correzione morale e di prevenzione speciale sono possedute tutte dalle sanzioni penali, anche se con accentuazioni diverse, secondo che si tratti di vere e proprie pene o di misure di sicurezza”[18].

Tralasciando la parentesi autoritaria del ventennio fascista[19], che può essere interpretata come una cesura regressiva nel dibattito dottrinale, è fondamentale osservare la situazione immediatamente susseguente alla seconda guerra mondiale: ad un entusiasmo di rinnovamento post-bellico, da cui scaturisce lo slancio vitale della Costituzione, corrisponde la persistente inattuazione di gran parte dei precetti costituzionali per almeno tutto il decennio successivo[20] al termine del conflitto, indice di un conservatorismo mantenutosi inalterato, nel cui consistente immobilismo non può stupire come “la funzione rieducativa della pena abbia subito un analogo processo di imbrigliamento nei confini dell’istituzione esistente: una volta assunta come premessa insormontabile che la pena non può consistere in altro che nella detenzione, l’art. 27 Cost. non vale a far esplodere l’incompatibilità tra carcere e rieducazione, ma solo ad assegnare un perimetro alla finalità rieducativa: la rieducazione, insomma, è perseguibile solamente dopo che siano fatte salve le esigenze della custodia e della segregazione, e se queste lasciano poco spazio a quella, se ne prende atto e si riconosce che la rieducazione non è l’essenza della pena, ma solo una sua linea di tendenza”[21]. Solo con la fine del decennio degli anni ’50 si delinea una più spiccata idea pedagogica della pena e del diritto penale, spingendo quest’ultimo a diventare più preventivo che repressivo: non ininfluente rispetto a questa istanza l’accresciuto benessere economico, che caratterizza l’esigenza di condizioni di vita carceraria non troppo inferiori a quelle della vita libera[22]. Ma ciò che si sviluppa, attorno alla fine degli anni ’60, all’ombra di un concetto rieducativo che stenta a concretizzarsi, sempre subordinato ad istanze di difesa sociale, è il disvelamento del significato politico dell’istituzione carceraria, e della pena in quanto tale, cioè la visione per la quale la detenzione e le istituzioni deputate alla sua esecuzione, a prescindere dal loro contenuto tendenzialmente risocializzante, siano il prodotto dei rapporti di dominio rinvenibili all’interno della società: “la neutralità e la pretesa naturalità dell’istituzione vengono scosse alle fondamenta. Non si tratta più di discutere a che cosa serva la pena in astratto, ma quale sia la legittimazione di una pena gestita esclusivamente da una classe a danno dell’altra. La lotta, insomma, non si indirizza contro un’entità astratta, quale potrebbe essere un’idea di scuola sulle funzioni della pena, ma contro i rapporti reali espressi dall’istituzione”[23]. Ecco, dunque, che, attraverso la constatazione della bassa estrazione sociale della stragrande maggioranza dei detenuti, fatto tra l’altro immutato, si procede ad una radicale delegittimazione dell’istituzione carceraria, e non solo di questa[24]. Se il tempo è maturo per riforme legislative forti di uno slancio culturale progressista, non si fanno attendere, d’altra parte, istanze mitigatrici di chiara matrice moderata, se non addirittura conservatrice, le quali hanno buon gioco nel fare leva sulle nuove forme di criminalità, soprattutto politica, che vengono delineandosi. La stessa riforma penitenziaria, introdotta con legge 26 luglio 1975 n. 354, risulta dal compromesso fra forze antitetiche[25]: le stesse forze politiche progressiste, “constatato che il delinquente è il prodotto dell’accumulazione capitalistica e della costruzione della devianza da parte di tale progetto sociale e appurata altresì l’impossibilità di alterare in radice il meccanismo che produce questa devianza”, puntano inevitabilmente all’obiettivo minore di un’attenuazione generalizzata della pena; “d’altra parte, alle forze moderate questo disegno non è poi del tutto disdicevole”, poiché “un sistema capitalistico avanzato ed articolato sa di aver poco da ricevere da un’istituzione arcaica e inefficiente come il carcere”. Perciò, “l’alleggerimento della pressione penale sulla devianza di piccolo cabotaggio può servire da sedativo di tensioni non governabili, può essere compensato da forme più sofisticate di controllo sociale, e soprattutto può servire ad acquisire universalità di consensi nella lotta alla devianza più pericolosa (leggasi terrorismo)”[26]. Se indubbiamente ci sono delle novità nella riforma, “il rifiuto di mettere in discussione il carcere e i suoi destinatari pone un’ipoteca sulla portata della riforma la quale, lungi dall’essere di rilievo storico se non nella parte in cui introduce le misure alternative, viene a rappresentare semplicemente una battuta in un discorso ancora in fieri”[27]. Ecco che la spinta veramente nuova è caratterizzata dall’ampia previsione di strumenti, le cosiddette misure alternative[28], in grado di portare il detenuto fuori dal carcere, senza deresponsabilizzarlo o renderlo impunito, e di impedirgli di subirne l’identità totalizzante: spinta che, al di là di quale ideologia della pena possa far prevalere, è la codificazione di un riconoscimento della sostanziale inefficacia, almeno per determinate tipologie di reato, dell’istituzione carceraria.

Il quadro appena delineato, pur nella sua sinteticità, consente di concludere che la storia della pena è una storia di sollecitazioni rivoluzionarie, controspinte restauratrici, adattamenti riformisti, e così via, in un’opera costante di livellamento e di smussatura degli spigoli più dolorosi e complessi del dibattito dottrinale. Ma anche un’ipotetica ricostruzione dettagliata della specifica successione che ha caratterizzato la contrapposizione ideologica sul tema della sanzione penale, non può che ribadire e far emergere con insistenza l’elemento carcere, come fattore carico di contraddizioni irrisolte. È stato sostenuto, non senza fondamento, che l’istituzione carceraria sia funzionale ad un certo modello di organizzazione sociale, che permetta il contenimento di tutti gli individui non assorbibili in tale organizzazione, che garantisca la neutralizzazione di chi sia estraneo al ciclo produttivo di matrice capitalistica; altrettanto vero, però, è che se il carcere può venire inserito fra gli obiettivi di riforma per colui che si opponga al modello societario esistente, esso, “in quanto epilogo umanizzato della costante rappresentata dall’idea di sanzione, […] non può venir contrastato se non accettando di rimuovere qualsiasi idea di progetto sociale. Come mezzo di controllo della devianza creata dal capitalismo industriale, esso può correttamente venir coinvolto nella critica al capitalismo stesso; come «soglia minima» di una risposta simmetrica a comportamenti ritenuti inaccettabili, a prescindere dal tipo di assetto sociale, il carcere non può venir rimosso senza annullare le possibilità di patto sociale, quale che ne sia il contenuto”[29]. Ciò significa che un cambiamento di assetto sociale modificherebbe la tipologia di destinatari della sanzione detentiva, ma non potrebbe fare a meno di essa[30]. A parte la considerazione, certamente fondata a livello teorico ma non garantita a livello pratico, che se l’assetto sociale tendesse effettivamente ad una modulazione di equità, probabilmente gran parte dei soggetti che si pongono, oggi, al di fuori dell’ordine costituito, vi rientrerebbero abbastanza agevolmente, è opportuno sottolineare che il problema va focalizzato proprio sulla modulazione della tipologia della sanzione: l’obiettivo dovrebbe essere quello di ripensare la sanzione penale nei suoi aspetti umanamente più deterioranti, stabilendone, inoltre, una più complessa articolazione qualitativa, dipendente dai singoli casi. Dovrebbe trattarsi, dunque, di alterare il carattere disumanizzante e totalizzante[31] delle mura carcerarie e la sua capacità di creare nell’individuo un sentimento di dissociazione difficilmente sanabile, nonché di superare l’eccessiva staticità sostanziale della pena, imbrigliata troppo meccanicamente nel binomio pena detentiva/pena pecuniaria. Non si tratta, quindi, di negare l’esistenza del fenomeno delinquenziale in nome di una mistificatoria ottica ideologica di santificazione dei derelitti, così come non si tratta di deresponsabilizzare il suo autore garantendogli l’impunità, perché se è corretto, da un lato, ammettere il ruolo preponderante della conformazione sociale, e dunque dei condizionamenti che ne derivano, nella condotta di ciascuno, e soprattutto degli esclusi dal benessere economico, ciò non esclude la libertà di scelta del comportamento[32]. Garantire responsabilità delle proprie scelte, nonostante le disagiate condizioni dell’esistenza, è l’unico modo per elevare alla categoria di “uomini” coloro ai quali, in buona fede e per spirito di compassione, siamo tentati, spesso, di negare il libero arbitrio, perché costretti dagli eventi di una vita precaria, trasformandoli, perciò, in “automizzati”[33] martiri, privi di coscienza. Comprendere le ragioni sottese ai fenomeni delinquenziali, sanare le falle di un sistema economico sperequato, modulare qualitativamente la sanzione penale, non significa negare la capacità di scegliere da essere umano e la responsabilità dei propri atti, elementi che, in forza di un’involontaria superiorità morale, non negheremmo mai a noi stessi. La pena, insomma, caratterizza, e non potrebbe essere che così, il diritto punitivo; quest’ultimo è elemento a cui la società non può e non deve rinunciare, poiché il diritto penale, fondato proprio sulla potestà punitiva dello Stato, è “espressione di una società organizzata in forma coattiva”[34].

In quest’ottica, forse, il concetto indefinito della rieducazione potrebbe presentarsi riempito di senso: di fronte ad un assetto sociale equo e ad una comunità che fa proprie le sue contraddizioni, senza espellerle costantemente attraverso un utilizzo troppo frequente del carcere, non potrebbe che coincidere con l’acquisizione del dovere della solidarietà sociale. La facile soluzione di un uso massiccio della pena detentiva deriva, forse, da una tentazione irresistibile: “il carcere gioca un ruolo decisivo nel produrre effetti d’alterità fra l’uomo ordinario e l’uomo criminale. Laddove ognuno sperimenta più o meno distintamente la propria prossimità con il criminale […], il carcere, separando violentemente un mondo aperto da un sub-mondo chiuso, produce la falsa evidenza di una differenza essenziale fra due specie umane: quella delle persone oneste e virtuose (che non conoscono il carcere) e quella dei criminali (di cui circoscrive, marca e definisce l’appartenenza al mondo penitenziario). Ora, nel suo intimo, l’uomo medio non ignora nulla dell’artificio insito in questa separazione. In quanto essere vivente costituito e attraversato dal desiderio, sa bene di essere sottoposto, proprio per la sua intima natura, a commettere eccessi e gesti irragionevoli che lo spingono al crimine”[35]; mentre, invece, esiste una potenziale labilità della linea di demarcazione fra l’esistenza di ciascuno e quella di colui che delinque[36]. Uno stupendo passo di una celebre opera dell’antropologo Claude Lévi-Strauss può essere provocatoriamente utile per definire la drammaticità della separazione, la quale, se è un elemento costante della detenzione, risulta ancora più insopportabile quando quest’ultima sia eccessiva rispetto alle caratteristiche dell’illecito: “certi usi nostri, ad un osservatore proveniente da una società diversa, apparirebbero della stessa natura dell’antropofagia che a noi sembra tanto estranea al concetto di civiltà. Penso ai nostri usi giudiziari e penitenziari. A studiarli dal di fuori, si sarebbe tentati di opporre due tipi di società: quelle che praticano l’antropofagia, cioè che vedono nell’assorbimento di certi individui dotati di pericolose forze, il solo modo di neutralizzare queste ultime e anche di metterle a profitto; e quelle che, come la nostra, adottano ciò che potrebbe chiamarsi anthropoémia (dal greco émein, vomitare); poste di fronte allo stesso problema, esse hanno scelto la soluzione inversa, consistente nell’espellere questi esseri pericolosi dal corpo sociale, tenendoli temporaneamente o definitivamente isolati, fuori di ogni contatto con l’umanità, in stabilimenti destinati a questo scopo. Alla maggior parte delle comunità da noi chiamate primitive, quest’uso ispirerebbe un orrore profondo; esse ci giudicherebbero barbari, come noi siamo tentati di fare a loro riguardo, in ragione dei loro costumi simmetrici”[37]; laddove, infatti, non è possibile concepire essere umano senza la corrispondente comunità di riferimento, l’espulsione equivale alla morte.

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note

[1] “La «tendenza alla rieducazione» di cui all’art. 27 Cost. implica un tentativo di condizionare il soggetto ai valori dominanti in una certa collettività: valori che, in fondo, stanno alla base delle scelte fatte dal legislatore penale. Tale tentativo di condizionamento muove, evidentemente, da tre premesse: che certi valori siano effettivamente dominanti in una collettività; che sia possibile un esame della personalità, tale da sfociare in una diagnosi e in una prognosi attendibili; e che si possa ipotizzare e attuare un trattamento, tecnicamente efficiente e, nello stesso tempo, rispettoso della libertà e dignità della persona umana. È dubbio che, nel momento attuale, queste premesse possano ritenersi verificate. La nostra comunità vive una crisi profonda di valori, cosicché, storicamente, non può dirsi raggiunto quel consenso intorno a determinati principi, che è essenziale per l’impostazione e il successo di un’opera di rieducazione. Circa l’esame di personalità, esso risente delle notevoli incertezze che ancora dominano il campo delle scienze dell’uomo; psicologia, psichiatria, sociologia, che sono strumenti indispensabili per le indagini sulla personalità di un soggetto, sono ben lontane dall’offrire garanzie di certezza. Circa il terzo punto, il «trattamento» dovrebbe essere attuato solo col consenso del soggetto, e non consistere mai nell’uso di metodi che incidano con violenza o con frode nello sviluppo psichico del soggetto. Tutto ciò dimostra quanto sia difficile realizzare su questo punto il dettato costituzionale, anche se, ovviamente, nei limiti del possibile, esso non dev’essere eluso”. Così, P. Nuvolone, voce Pena (dir. pen.), in E.d.D., vol. XXXII, Milano 1982, p. 792.

[2] . Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Torino 1993, p. 87.

[3] M. Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, cit., p. 89.

[4] In questi termini, D. Melossi – M. Pavarini, Carcere e fabbrica. Alle origini del sistema penitenziario, Bologna 1979, p. 211.

[5] D. Melossi – M. Pavarini, Carcere e fabbrica. Alle origini del sistema penitenziario, cit., p. 212.

[6] Così, T. Padovani, L’utopia punitiva. Il problema delle alternative alla detenzione nella sua dimensione storica, Milano 1981, p. 20.

[7] T. Padovani, L’utopia punitiva. Il problema delle alternative alla detenzione nella sua dimensione storica, cit., p. 20.

[8] T. Padovani, L’utopia punitiva. Il problema delle alternative alla detenzione nella sua dimensione storica, cit., p. 26 ss. Prosegue l’Autore: “si vuol invece far riferimento a quegli spunti che, pur dall’interno del «sistema penitenziario», all’ottimismo riformistico, dai toni spesso vacuamente trionfalistici, contrappongono un pessimismo scettico sulla congruità dei mezzi utilizzati (la detenzione) rispetto ai fini perseguiti (l’emenda del reo)”.

[9] T. Padovani, L’utopia punitiva. Il problema delle alternative alla detenzione nella sua dimensione storica, cit., p. 27.

[10] T. Padovani, L’utopia punitiva. Il problema delle alternative alla detenzione nella sua dimensione storica, cit., p. 29.

[11] T. Padovani, L’utopia punitiva. Il problema delle alternative alla detenzione nella sua dimensione storica, cit., p. 31 ss.

[12] Per una descrizione sintetica, ma esauriente, del conflitto fra le due Scuole di diritto penale, che ha caratterizzato i decenni conclusivi dell’ottocento e quelli iniziali del novecento italiano, nonché della loro tentata composizione attraverso lo smussamento delle divergenze, dalla quale nasce la c.d. Terza Scuola, cfr. E. Fassone, La pena detentiva in Italia dall’800 alla riforma penitenziaria, Bologna 1980, p. 20 ss.

[13] “Prevenzione speciale è l’attività diretta a ridurre la probabilità che una singola persona individuata, che ha già commesso un reato o è stata in procinto di commetterlo, commetta in futuro altri fatti costituenti reato. La prevenzione speciale può essere ottenuta o attraverso una correzione morale del soggetto oppure, in termini naturalistici, attraverso un’opera di riadattamento del soggetto alla vita associata. I due concetti di prevenzione speciale devono essere tenuti distinti: mentre il primo ha una lunga tradizione, che risale ai giuristi romani e alle dottrine cattoliche, il secondo si afferma soltanto nel secolo scorso con la Scuola positiva. La prevenzione speciale, se coerentemente perseguita, comporta per la sanzione penale taluni caratteri nettamente differenti da quelli (proporzione al fatto, determinatezza, inderogabilità) che essa deve avere per soddisfare alle esigenze della retribuzione e della prevenzione generale. La sanzione penale dovrà essere proporzionata alle esigenze della personalità del soggetto, e non alla gravità del reato. Non potrà essere determinata a priori, ma si estenderà quanto lo richiede la emenda morale del soggetto o la sua risocializzazione”. Così, A. Pagliaro, voce Sanzione (penale), in E.G.T., vol. XXVIII, Roma 1992, p. 3. La prevenzione speciale è inestricabilmente connessa, d’altra parte, al concetto di pericolosità sociale dell’individuo; quest’ultimo termine, “benché trovi espressa previsione solo nei codici con connotazioni positivistiche, affiora sporadicamente già nel diritto penale arcaico. Così avvenne in epoca romana, classica ed imperiale, in cui la distinzione fra sanzioni «eliminative» e «retributive» era in qualche misura fondata sulla distinzione fra prevenzione speciale e retribuzione ed in cui la custodia (coercitio vinculis), presso i parenti, dell’infermo di mente prosciolto, aveva evidentemente come fine la tutela della collettività da detti individui”. Il concetto di pericolosità non fu estraneo nemmeno alla Chiesa, in epoca medievale, la quale “lo invocava per giustificare l’uccisione del peccatore «periculosus» al fine di conservare il «bonum commune»”. Ad ogni modo, è solo con il Positivismo che essa diventa categoria specifica del diritto penale. Così, A. Calabria, voce Pericolosità sociale, in D. pen., vol. IX, Torino 1995, p. 452.

[14] P. Nuvolone, voce Pena (dir. pen.), cit., p. 789.

[15] P. Nuvolone, voce Pena (dir. pen.), cit., p. 789.

[16] P. Nuvolone, voce Pena (dir. pen.), cit., p. 789.

[17] P. Nuvolone, voce Pena (dir. pen.), cit., p. 790.

[18] A. Pagliaro, voce Sanzione (penale), cit., p. 3. Cfr., nello stesso senso, P. Nuvolone, voce Pena (dir. pen.), cit., p. 790.

[19] Caratterizzato da un certo “eclettismo dottrinario”, cioè da un tentativo esplicito di recuperare quanto, delle varie impostazioni teoriche, potesse essere funzionale ad un’interpretazione autoritaria dello Stato; cfr., sul punto, E. Fassone, La pena detentiva in Italia dall’800 alla riforma penitenziaria, cit., p. 58 ss. Nonostante un’esplicita matrice autoritaria, il fascismo, a differenza del regime nazista, non rinuncia a determinati principi di chiaro stampo liberale; si può, dunque, affermare che il fascismo si sia fatto interprete “delle istanze più autoritarie della società «liberale», senza smentirne i tratti strutturali”; cfr., sul punto, T. Padovani, L’utopia punitiva. Il problema delle alternative alla detenzione nella sua dimensione storica, cit., p. 230 ss.

[20] Riferendosi al periodo dello sviluppo italiano della seconda metà degli anni ’50, E. Fassone, La pena detentiva in Italia dall’800 alla riforma penitenziaria, cit., p. 88, afferma: “la funzione rieducativa della pena non è certo una scoperta attuale, e bastano i travagli della Costituente a documentarlo: ma sino ad ora essa è stata relegata in secondo piano grazie ad una collaudata operazione politico-culturale consistente nel considerare la Costituzione come il libro dei sogni che, lungi dal legittimare l’esistente solo in quanto si conformi alla Carta, ha valore solo in quanto sia essa stessa compatibile con l’esistente. Non soltanto la categoria delle «norme programmatiche» ha annacquato i vari principi fondamentali, capovolgendo la gerarchia tra le fonti giuridiche, ma persino l’attuazione di istituti ed organismi previsti da norme di intuitiva «precettività» è stata dilazionata al di là del tollerabile: la Corte Costituzionale incomincia a funzionare nel 1956, il Consiglio Superiore della Magistratura è istituito con legge 24 marzo 1958, n. 195, la Cassazione rilutta a considerare abrogate le norme di legge in contrasto con la Costituzione, e così via”.

[21] E. Fassone, La pena detentiva in Italia dall’800 alla riforma penitenziaria, cit., p. 89. Facile, d’altra parte, sostenere una simile interpretazione visto il dato letterale dell’art. 27 Cost. che sancisce proprio il carattere tendenziale della rieducazione.

[22] E. Fassone, La pena detentiva in Italia dall’800 alla riforma penitenziaria, cit., p. 89.

[23] E. Fassone, La pena detentiva in Italia dall’800 alla riforma penitenziaria, cit., p. 99 ss. L’Autore sottolinea che la scoperta dell’uso politico del carcere non è totalmente nuova, ma affonda le sue radici nel Socialismo giuridico di fine ‘800, che ha individuato, in un’ottica marcatamente positivista, nella disuguaglianza sociale il determinante del comportamento delittuoso: il delitto è prefigurato dalle classi dominanti come violazione dei propri interessi, e queste violazioni non possono che essere commesse dalle classi subalterne, in quanto portatrici di interessi opposti.

[24] “Carcere e manicomio – una volta separati – continuarono tuttavia a conservare l’identica funzione di tutela e di difesa della «norma» dove l’abnorme (malattia o delinquenza) diventava norma nel momento in cui era circoscritto e definito dalle mura che ne stabilivano la diversità e la distanza. La scienza ha dunque separato la delinquenza dalla follia, riconoscendo, da un lato alla follia una nuova dignità: quella di un’astrazione, cioè la sua definizione in termini di malattia; e dall’altro alla delinquenza un elemento umano, nel momento in cui essa diventa oggetto di ricerca da parte di criminologi e scienziati […]. Ma, nonostante la separazione ideologica delle due entità astratte (delinquenza e malattia) ciascuna con la propria istituzione specifica, praticamente resta inalterata la stretta relazione dell’una e dell’altra con l’ordine pubblico; il che mantiene inalterata la funzione di entrambe le istituzioni come tutela e difesa di quest’ordine”. Cfr. F. Basaglia, La giustizia che punisce, in Scritti Vol. II 1968-1980, Torino 1982, p. 187 ss.

[25] Anche gli interventi normativi successivi risentono di questa meccanismo di bilanciamento, il quale dipende anche dalle contingenze storiche. Con la legge 10 ottobre 1986 n. 663, per esempio, sono rimaste immutate le linee fondamentali tracciate dalla legge 26 luglio 1975 n. 354, ed anzi sono stati fatti dei progressi nell’attuazione dei principi affermati in quella sede; cfr., sul punto, P. Comucci, Nuovi profili del trattamento penitenziario, Milano 1988, p. 14 e nt. 4. All’opposto, le leggi emergenziali degli anni ’90 sono state caratterizzate da un forte connotato restrittivo.

[26] E. Fassone, La pena detentiva in Italia dall’800 alla riforma penitenziaria, cit., p. 106 ss.

[27] E. Fassone, La pena detentiva in Italia dall’800 alla riforma penitenziaria, cit., p. 106 ss.

[28] La teorizzazione di forme alternative al carcere non è completamente nuova; basti segnalare il dibattito dottrinale ottocentesco sorto attorno alle pene detentive brevi e alla loro attitudine a procurare al condannato più svantaggi che vantaggi (sia dal punto di vista dell’impatto psicologico, sia dal punto di vista della corruzione interiore derivane dal contatto con un ambiente moralmente “deviato”). Cfr., sul punto, T. Padovani, L’utopia punitiva. Il problema delle alternative alla detenzione nella sua dimensione storica, cit., p. 41 ss.; per un quadro delle singole misure alternative, ivi, p. 79 ss.

[29] E. Fassone, La pena detentiva in Italia dall’800 alla riforma penitenziaria, cit., p. 269.

[30] Si veda l’utilizzo costante del carcere all’interno dei regimi socialisti.

[31] Il concetto di istituzione totale, e quindi totalizzante, proprio della sociologia di Erving Goffman, e base teorica del movimento antipsichiatrico degli anni ’70, è stato riassunto efficacemente da P. Jedlowski, Il mondo in questione. Introduzione alla storia del pensiero sociologico, Roma 2001, p. 255: “il manicomio è un’istituzione totale, cioè un’istituzione in cui chi è internato è segregato dal resto del mondo (sono istituzioni totali allo stesso modo un convento di clausura, un campo di concentramento, il carcere, la caserma). In situazioni del genere, la percezione che gli internati hanno di sé è sottoposta a vincoli molto violenti: l’identità è disgregata e poi riorganizzata secondo definizioni imposte dall’istituzione stessa […]. Nel caso del manicomio, chi vi è internato non può fare a meno di finire per pensare a sé stesso esattamente e solo come un malato di mente. Ma il risultato è così devastante: invece di curare, il manicomio produce la fissazione del paziente esattamente nell’identità patologica che si pretenderebbe di modificare”.

[32] “Per spiegare il principio regolativo della ragione con un esempio desunto dal suo uso empirico, […] si esamini un’azione volontaria, ad esempio una menzogna malvagia, con cui un uomo ha provocato nella società un certo scompiglio; si ricerchino prima di tutto le cause determinanti che le hanno dato origine, per poi giudicare se essa possa venirgli imputata, unitamente alle sue conseguenze. Il primo punto richiede che venga preso in esame l’intero carattere empirico dell’uomo fino alle sue sorgenti, che vanno ricercate nella cattiva educazione, nelle cattive compagnie, parzialmente anche nella malvagità di un naturale indifferente alla vergogna, e risalenti inoltre alla superficialità e alla dabbenaggine; e neppure vanno trascurate le concause occasionali. Il procedimento così impiegato è in generale lo stesso di quello a cui si fa ricorso nella ricerca delle serie delle cause determinanti di un effetto naturale. Ma, benché si reputi che l’azione sia stata determinata in questo modo, si rivolge tuttavia un biasimo all’autore, e non di certo in relazione al suo naturale infelice o alle circostanze che lo influenzarono e neppure in relazione al suo comportamento passato; si parte infatti dal presupposto che sia possibile prescindere completamente dal suo comportamento passato, considerando come non avvenuta la serie di condizioni trascorsa, e che sia possibile prendere in esame l’azione come totalmente incondizionata rispetto allo stato che la precede, quasi che l’autore abbia così iniziata una serie di conseguenze del tutto spontaneamente. Tale biasimo ha il suo fondamento in una legge della ragione, in base alla quale la ragione è assunta come una causa che, al di fuori di tutte le suddette condizioni empiriche, aveva la possibilità e il dovere di determinare il comportamento dell’uomo in modo diverso. La causalità della ragione non è qui introdotta come quella di una semplice concausa, bensì come una causalità piena, anche nel caso in cui gli impulsi sensibili non solo non la favoriscono, ma addirittura la contrastano. L’azione è posta a carico del carattere intelligibile dell’uomo: mentendo, egli cade immediatamente in colpa; dunque, nonostante tutte le condizioni empiriche dell’azione, la ragione era pienamente libera e l’azione va ascritta interamente a sua colpa”. Cfr. I. Kant, Critica della ragion pura, Torino 1995, p. 453 ss. Si può, di conseguenza, affermare come non sia pensabile alcuna norma morale, e quindi una qualche forma di imputabilità del soggetto, senza il carattere di causalità piena della ragione, quale “condizione incondizionata di ogni azione volontaria” e perciò libera.

[33] Immediato risulta il riferimento al concetto di “automa” espresso da Kant, con il quale si vuole alludere alla condizione a cui l’uomo sarebbe ridotto nell’eventualità in cui l’intera determinazione del suo agire pratico fosse indipendente dalla sua libera volontà. In tal caso “il comportamento dell’uomo […] si trasformerebbe, dunque, in un semplice meccanismo, in cui, come in un teatro di marionette, tutti i gesti sarebbero compiuti bene, ma nelle figure non si troverebbe vita alcuna”. Cfr. I. Kant, Critica della ragion pratica, Milano 2000, p. 293.

[34] P. Nuvolone, voce Pena (dir. pen.), cit., p. 788.

[35] A. Brossat, Scarcerare la società, Milano 2003, p. 124.

[36] A. Brossat, Scarcerare la società, cit., p. 124.

[37] C. Lévi-Strauss, Tristi tropici, Milano 2004, p. 376.

nali e strutturali ed interpretarne le distorsioni finalistiche, significa rinvenire il complesso ideologico che la sottende; significa, altresì, metaforicamente, proiettarsi in un caleidoscopio di idee, concetti, principi, mistificazioni, utopie, precetti morali, riforme e restaurazioni, in eterno, ciclico, ripetersi e opporsi. Lo stesso principio rieducativo che innerva, attraverso il dettato costituzionale (art. 27), l’ordinamento penale è tutt’altro che scontato ed univoco nel suo significato1. Concepire la pena come momento di intervento rieducativo vuol dire privilegiarne la capacità special-preventiva, subordinandole istanze retributive e general-preventive. Tuttavia, lo sguardo storico ci consente di affermare, senza troppe esitazioni, che la pena detentiva, dalla sua materializzazione settecentesca ad oggi, sia andata via via acquisendo e padroneggiando tutte le rappresentazioni erette a sua difesa e quelle prospettate per la sua riforma o eliminazione, tanto da presentarsi ai nostri occhi come pervasa da ciascuna di esse e compiutamente da nessuna; si tratta di una stratificazione di pensiero che induce ad una geologia della pena. La detenzione, nella sua primordiale concezione illuministica, toglie arbitrarietà ad un potere punitivo monarchico caratterizzato dall’eccesso, dalla spettacolarità e dall’eterogeneità dei supplizi: insomma toglie linfa vitale ad un diritto di punire coincidente col potere personale del sovrano, “identificazione teorica che fa del re la fons justitiae2. L’obiettivo dei riformatori illuministi è “fare della punizione e della repressione degli illegalismi una funzione regolare, suscettibile di estendersi a tutta la società; non punire meno, ma punire meglio; punire con una severità forse attenuata, ma per punire con maggior universalità e necessità”3. La prigione colpisce un bene, la libertà, di cui tutti, indistintamente, sono possessori e del quale a tutti addolora perdere il possesso, mentre “le mura della cella diventano strumenti efficaci di punizione: mettono, infatti, il detenuto di fronte a sé stesso: egli è costretto ad «entrare» nella sua coscienza”4, laddove il tempo, scandito dal silenzio e dalla ritualità quotidiana delle pratiche penitenziarie, si dilata fino a diventare “assoluto” e “coscenziale” e fino a perderne ogni percezione oggettiva5. È, di conseguenza, “l’impersonalità della struttura e l’uniformità dei metodi che permette di incidere sul singolo”6; il carcere non fa che rappresentare in modo sublimato il modello di una società perfetta, disciplinata e laboriosa, “i cui valori si irradiano nelle strutture stesse dell’istituzione, imprimendosi sul condannato con la forza della loro intrinseca razionalità”7. Connotato fisiologico degli istituti penitenziari, almeno nella loro interpretazione idealistica, è, dunque, il loro essere fonte di emenda del soggetto, accompagnata da un’essenziale funzione afflittiva della pena, in ossequio alla concezione retribuzionistica che colpisce il condannato con una sofferenza proporzionata al danno causato alla comunità, privata, quest’ultima, del sadismo spettacolare tipico dell’Ancien Régime. Ecco che il carcere si fa sanzione penale per antonomasia, fatto che renderà la storia della pena principalmente una storia della pena detentiva. Già il pensiero ottocentesco, tuttavia, non poteva ignorare la sfasatura tra il piano delle istituzioni ideali e quello delle strutture reali, connessa alla più che concreta consapevolezza della degenerazione morale indotta dall’ambiente carcerario: “mentre si delineano i grandi «sistemi penitenziari», si manifestano però anche i primi dubbi e le prime perplessità circa la possibilità di realizzare in ambiente carcerario un’efficace opera di rieducazione. Da un lato, si afferma con convinzione il valore dell’isolamento carcerario per favorire l’esercizio di un’emenda del reo che assicuri dai pericoli di recidiva; ma non manca dall’altro chi comincia a dubitare dell’attitudine del penitenziario in sé a determinare modificazioni positive nella personalità del condannato”8. Ma lo svilupparsi crescente di dubbi legati all’efficacia della detenzione non mette in crisi la convinzione della sua sostanziale insostituibilità, come se si potesse, ormai, professare la fine della storia nella dimensione del potere punitivo: “inevitabilità del ricorso alla pena detentiva, da un lato, e constatazione della sua inefficacia, dall’altro, sono così i corni di un dilemma”9. Passaggio successivo, perciò, attraverso il simbolismo sanzionatorio, è un ribaltamento esplicito di prospettiva: se l’istituzione concepita dagli illuministi presupponeva un’applicazione obiettiva della legge penale, nel senso di una sua impersonale attuazione al fine di impedire ogni disuguaglianza esecutiva, fatto che attraverso il principio dell’uguaglianza formale di tutti i cittadini davanti alla legge elideva qualunque personalismo applicativo, nei sistemi ottocenteschi tale principio viene capovolto, cominciandosi a delineare distinzioni e classificazioni fondate sulla personalità del condannato10, a cui si accompagnano ipotetiche diversificazioni di regime penitenziario, in grado di ovviare alla promiscuità fra soggetti considerati recuperabili, generalmente delinquenti al primo reato e condannati a pene detentive brevi, e irrecuperabili, o quantomeno maggiormente pericolosi, cioè i condannati a pene medio/lunghe. “Variamente legato ad una base classificatoria soggettiva, il nuovo modo di concepire l’organizzazione strutturale del penitenziario rispetto al detenuto sembra presupporre l’abbandono di un’incondizionata fiducia nelle capacità del carcere di realizzare di per sé, in virtù del modello di organizzazione imposto ab externo, gli scopi preventivi cui viene preordinato. Per incidere sull’individuo, non basta inserirlo in una struttura pianificata che sia il segno tangibile della disciplina e dell’ordine calati nella realtà e che, per effetto della sua razionalità intrinseca, debba imprimersi «naturalmente» sul condannato. È piuttosto necessario valutare le sue caratteristiche, cogliere gli elementi più qualificanti della sua personalità, perché il carcere possa penetrare in lui, dominarne e piegarne gli impulsi agendo dall’interno, con un complesso di strumenti che realizzino non «la discipline des actes forcés», ma «la discipline des actes volontaires»”11. Il cribro interpretativo ottocentesco non deborda dall’ottica della pena correzionale, da un lato, e retributiva, dall’altro, equilibrata, però, da una sorta di visione realistica delle prigioni, fino a quel momento in parte oscurata dall’ottimismo illuminista. È maturo il tempo, allora, per il tratteggiarsi dei lineamenti di quella cosiddetta Scuola positiva che, a cavallo di un travolgente sviluppo industriale, andrà a minare le basi della concezione “classica” del diritto penale12. È grazie alla Scuola positiva, infatti, che è andata affermandosi la dottrina della prevenzione speciale, che va ad inserirsi di diritto nella tematica della pena13. Se quest’ultima, d’altra parte, diviene misura di prevenzione speciale (“prevenzione legata, cioè, alla personalità del singolo delinquente”), essa rischia di confondersi con quegli strumenti, specificamente teorizzati e in seguito codificati, deputati all’eliminazione della pericolosità sociale dell’individuo: “cosicché il sistema del «doppio binario», adottato dal codice penale italiano, e da altri codici, non appare più interamente giustificato”; non stupisce, quindi, la tendenziale spinta all’unificazione logica dei concetti di pena e di misura di scurezza14.

Il concetto di pena sembra, in definitiva, in costante oscillazione fra un’interpretazione retribuzionistica e ed un’interpretazione special-preventiva fra le quali si inserisce la funzione di prevenzione generale, che, però, “non appartiene all’essenza logica della pena, intesa come castigo […], ma ne costituisce la giustificazione pratica”: infatti, “l’idea di «retribuzione» è logicamente alla base della pena, ma non può giustificarne l’applicazione in concreto, anche per l’impossibilità di stabilire i presupposti e i limiti, oggettivi e soggettivi, della retribuzione stessa”15. Se il concetto di castigo presuppone la libertà del volere, “lo stesso non si può dire del concetto di prevenzione generale: infatti, la minaccia di una sofferenza che sarà inflitta ove il soggetto compia una determinata azione, può operare come deterrente anche a livello di riflessi condizionati”16. Al di là del momento retributivo, imprescindibile, si può dire che, “mentre la prevenzione generale, pur non appartenendo alla essenza logica della pena, ne costituisce la necessaria e ineliminabile giustificazione pratica, la prevenzione speciale emerge solo come funzione eventuale da un punto di vista storico”17. È chiaro, fin da subito, il carattere pluridimensionale della pena: “le funzioni di retribuzione, di prevenzione generale, di correzione morale e di prevenzione speciale sono possedute tutte dalle sanzioni penali, anche se con accentuazioni diverse, secondo che si tratti di vere e proprie pene o di misure di sicurezza”18.

Tralasciando la parentesi autoritaria del ventennio fascista19, che può essere interpretata come una cesura regressiva nel dibattito dottrinale, è fondamentale osservare la situazione immediatamente susseguente alla seconda guerra mondiale: ad un entusiasmo di rinnovamento post-bellico, da cui scaturisce lo slancio vitale della Costituzione, corrisponde la persistente inattuazione di gran parte dei precetti costituzionali per almeno tutto il decennio successivo20 al termine del conflitto, indice di un conservatorismo mantenutosi inalterato, nel cui consistente immobilismo non può stupire come “la funzione rieducativa della pena abbia subito un analogo processo di imbrigliamento nei confini dell’istituzione esistente: una volta assunta come premessa insormontabile che la pena non può consistere in altro che nella detenzione, l’art. 27 Cost. non vale a far esplodere l’incompatibilità tra carcere e rieducazione, ma solo ad assegnare un perimetro alla finalità rieducativa: la rieducazione, insomma, è perseguibile solamente dopo che siano fatte salve le esigenze della custodia e della segregazione, e se queste lasciano poco spazio a quella, se ne prende atto e si riconosce che la rieducazione non è l’essenza della pena, ma solo una sua linea di tendenza”21. Solo con la fine del decennio degli anni ’50 si delinea una più spiccata idea pedagogica della pena e del diritto penale, spingendo quest’ultimo a diventare più preventivo che repressivo: non ininfluente rispetto a questa istanza l’accresciuto benessere economico, che caratterizza l’esigenza di condizioni di vita carceraria non troppo inferiori a quelle della vita libera22. Ma ciò che si sviluppa, attorno alla fine degli anni ’60, all’ombra di un concetto rieducativo che stenta a concretizzarsi, sempre subordinato ad istanze di difesa sociale, è il disvelamento del significato politico dell’istituzione carceraria, e della pena in quanto tale, cioè la visione per la quale la detenzione e le istituzioni deputate alla sua esecuzione, a prescindere dal loro contenuto tendenzialmente risocializzante, siano il prodotto dei rapporti di dominio rinvenibili all’interno della società: “la neutralità e la pretesa naturalità dell’istituzione vengono scosse alle fondamenta. Non si tratta più di discutere a che cosa serva la pena in astratto, ma quale sia la legittimazione di una pena gestita esclusivamente da una classe a danno dell’altra. La lotta, insomma, non si indirizza contro un’entità astratta, quale potrebbe essere un’idea di scuola sulle funzioni della pena, ma contro i rapporti reali espressi dall’istituzione”23. Ecco, dunque, che, attraverso la constatazione della bassa estrazione sociale della stragrande maggioranza dei detenuti, fatto tra l’altro immutato, si procede ad una radicale delegittimazione dell’istituzione carceraria, e non solo di questa24. Se il tempo è maturo per riforme legislative forti di uno slancio culturale progressista, non si fanno attendere, d’altra parte, istanze mitigatrici di chiara matrice moderata, se non addirittura conservatrice, le quali hanno buon gioco nel fare leva sulle nuove forme di criminalità, soprattutto politica, che vengono delineandosi. La stessa riforma penitenziaria, introdotta con legge 26 luglio 1975 n. 354, risulta dal compromesso fra forze antitetiche25: le stesse forze politiche progressiste, “constatato che il delinquente è il prodotto dell’accumulazione capitalistica e della costruzione della devianza da parte di tale progetto sociale e appurata altresì l’impossibilità di alterare in radice il meccanismo che produce questa devianza”, puntano inevitabilmente all’obiettivo minore di un’attenuazione generalizzata della pena; “d’altra parte, alle forze moderate questo disegno non è poi del tutto disdicevole”, poiché “un sistema capitalistico avanzato ed articolato sa di aver poco da ricevere da un’istituzione arcaica e inefficiente come il carcere”. Perciò, “l’alleggerimento della pressione penale sulla devianza di piccolo cabotaggio può servire da sedativo di tensioni non governabili, può essere compensato da forme più sofisticate di controllo sociale, e soprattutto può servire ad acquisire universalità di consensi nella lotta alla devianza più pericolosa (leggasi terrorismo)”26. Se indubbiamente ci sono delle novità nella riforma, “il rifiuto di mettere in discussione il carcere e i suoi destinatari pone un’ipoteca sulla portata della riforma la quale, lungi dall’essere di rilievo storico se non nella parte in cui introduce le misure alternative, viene a rappresentare semplicemente una battuta in un discorso ancora in fieri27. Ecco che la spinta veramente nuova è caratterizzata dall’ampia previsione di strumenti, le cosiddette misure alternative28, in grado di portare il detenuto fuori dal carcere, senza deresponsabilizzarlo o renderlo impunito, e di impedirgli di subirne l’identità totalizzante: spinta che, al di là di quale ideologia della pena possa far prevalere, è la codificazione di un riconoscimento della sostanziale inefficacia, almeno per determinate tipologie di reato, dell’istituzione carceraria.

Il quadro appena delineato, pur nella sua sinteticità, consente di concludere che la storia della pena è una storia di sollecitazioni rivoluzionarie, controspinte restauratrici, adattamenti riformisti, e così via, in un’opera costante di livellamento e di smussatura degli spigoli più dolorosi e complessi del dibattito dottrinale. Ma anche un’ipotetica ricostruzione dettagliata della specifica successione che ha caratterizzato la contrapposizione ideologica sul tema della sanzione penale, non può che ribadire e far emergere con insistenza l’elemento carcere, come fattore carico di contraddizioni irrisolte. È stato sostenuto, non senza fondamento, che l’istituzione carceraria sia funzionale ad un certo modello di organizzazione sociale, che permetta il contenimento di tutti gli individui non assorbibili in tale organizzazione, che garantisca la neutralizzazione di chi sia estraneo al ciclo produttivo di matrice capitalistica; altrettanto vero, però, è che se il carcere può venire inserito fra gli obiettivi di riforma per colui che si opponga al modello societario esistente, esso, “in quanto epilogo umanizzato della costante rappresentata dall’idea di sanzione, […] non può venir contrastato se non accettando di rimuovere qualsiasi idea di progetto sociale. Come mezzo di controllo della devianza creata dal capitalismo industriale, esso può correttamente venir coinvolto nella critica al capitalismo stesso; come «soglia minima» di una risposta simmetrica a comportamenti ritenuti inaccettabili, a prescindere dal tipo di assetto sociale, il carcere non può venir rimosso senza annullare le possibilità di patto sociale, quale che ne sia il contenuto”29. Ciò significa che un cambiamento di assetto sociale modificherebbe la tipologia di destinatari della sanzione detentiva, ma non potrebbe fare a meno di essa30. A parte la considerazione, certamente fondata a livello teorico ma non garantita a livello pratico, che se l’assetto sociale tendesse effettivamente ad una modulazione di equità, probabilmente gran parte dei soggetti che si pongono, oggi, al di fuori dell’ordine costituito, vi rientrerebbero abbastanza agevolmente, è opportuno sottolineare che il problema va focalizzato proprio sulla modulazione della tipologia della sanzione: l’obiettivo dovrebbe essere quello di ripensare la sanzione penale nei suoi aspetti umanamente più deterioranti, stabilendone, inoltre, una più complessa articolazione qualitativa, dipendente dai singoli casi. Dovrebbe trattarsi, dunque, di alterare il carattere disumanizzante e totalizzante31 delle mura carcerarie e la sua capacità di creare nell’individuo un sentimento di dissociazione difficilmente sanabile, nonché di superare l’eccessiva staticità sostanziale della pena, imbrigliata troppo meccanicamente nel binomio pena detentiva/pena pecuniaria. Non si tratta, quindi, di negare l’esistenza del fenomeno delinquenziale in nome di una mistificatoria ottica ideologica di santificazione dei derelitti, così come non si tratta di deresponsabilizzare il suo autore garantendogli l’impunità, perché se è corretto, da un lato, ammettere il ruolo preponderante della conformazione sociale, e dunque dei condizionamenti che ne derivano, nella condotta di ciascuno, e soprattutto degli esclusi dal benessere economico, ciò non esclude la libertà di scelta del comportamento32. Garantire responsabilità delle proprie scelte, nonostante le disagiate condizioni dell’esistenza, è l’unico modo per elevare alla categoria di “uomini” coloro ai quali, in buona fede e per spirito di compassione, siamo tentati, spesso, di negare il libero arbitrio, perché costretti dagli eventi di una vita precaria, trasformandoli, perciò, in “automizzati”33 martiri, privi di coscienza. Comprendere le ragioni sottese ai fenomeni delinquenziali, sanare le falle di un sistema economico sperequato, modulare qualitativamente la sanzione penale, non significa negare la capacità di scegliere da essere umano e la responsabilità dei propri atti, elementi che, in forza di un’involontaria superiorità morale, non negheremmo mai a noi stessi. La pena, insomma, caratterizza, e non potrebbe essere che così, il diritto punitivo; quest’ultimo è elemento a cui la società non può e non deve rinunciare, poiché il diritto penale, fondato proprio sulla potestà punitiva dello Stato, è “espressione di una società organizzata in forma coattiva”34.

In quest’ottica, forse, il concetto indefinito della rieducazione potrebbe presentarsi riempito di senso: di fronte ad un assetto sociale equo e ad una comunità che fa proprie le sue contraddizioni, senza espellerle costantemente attraverso un utilizzo troppo frequente del carcere, non potrebbe che coincidere con l’acquisizione del dovere della solidarietà sociale. La facile soluzione di un uso massiccio della pena detentiva deriva, forse, da una tentazione irresistibile: “il carcere gioca un ruolo decisivo nel produrre effetti d’alterità fra l’uomo ordinario e l’uomo criminale. Laddove ognuno sperimenta più o meno distintamente la propria prossimità con il criminale […], il carcere, separando violentemente un mondo aperto da un sub-mondo chiuso, produce la falsa evidenza di una differenza essenziale fra due specie umane: quella delle persone oneste e virtuose (che non conoscono il carcere) e quella dei criminali (di cui circoscrive, marca e definisce l’appartenenza al mondo penitenziario). Ora, nel suo intimo, l’uomo medio non ignora nulla dell’artificio insito in questa separazione. In quanto essere vivente costituito e attraversato dal desiderio, sa bene di essere sottoposto, proprio per la sua intima natura, a commettere eccessi e gesti irragionevoli che lo spingono al crimine”35; mentre, invece, esiste una potenziale labilità della linea di demarcazione fra l’esistenza di ciascuno e quella di colui che delinque36. Uno stupendo passo di una celebre opera dell’antropologo Claude Lévi-Strauss può essere provocatoriamente utile per definire la drammaticità della separazione, la quale, se è un elemento costante della detenzione, risulta ancora più insopportabile quando quest’ultima sia eccessiva rispetto alle caratteristiche dell’illecito: “certi usi nostri, ad un osservatore proveniente da una società diversa, apparirebbero della stessa natura dell’antropofagia che a noi sembra tanto estranea al concetto di civiltà. Penso ai nostri usi giudiziari e penitenziari. A studiarli dal di fuori, si sarebbe tentati di opporre due tipi di società: quelle che praticano l’antropofagia, cioè che vedono nell’assorbimento di certi individui dotati di pericolose forze, il solo modo di neutralizzare queste ultime e anche di metterle a profitto; e quelle che, come la nostra, adottano ciò che potrebbe chiamarsi anthropoémia (dal greco émein, vomitare); poste di fronte allo stesso problema, esse hanno scelto la soluzione inversa, consistente nell’espellere questi esseri pericolosi dal corpo sociale, tenendoli temporaneamente o definitivamente isolati, fuori di ogni contatto con l’umanità, in stabilimenti destinati a questo scopo. Alla maggior parte delle comunità da noi chiamate primitive, quest’uso ispirerebbe un orrore profondo; esse ci giudicherebbero barbari, come noi siamo tentati di fare a loro riguardo, in ragione dei loro costumi simmetrici”37; laddove, infatti, non è possibile concepire essere umano senza la corrispondente comunità di riferimento, l’espulsione equivale alla morte.

1 “La «tendenza alla rieducazione» di cui all’art. 27 Cost. implica un tentativo di condizionare il soggetto ai valori dominanti in una certa collettività: valori che, in fondo, stanno alla base delle scelte fatte dal legislatore penale. Tale tentativo di condizionamento muove, evidentemente, da tre premesse: che certi valori siano effettivamente dominanti in una collettività; che sia possibile un esame della personalità, tale da sfociare in una diagnosi e in una prognosi attendibili; e che si possa ipotizzare e attuare un trattamento, tecnicamente efficiente e, nello stesso tempo, rispettoso della libertà e dignità della persona umana. È dubbio che, nel momento attuale, queste premesse possano ritenersi verificate. La nostra comunità vive una crisi profonda di valori, cosicché, storicamente, non può dirsi raggiunto quel consenso intorno a determinati principi, che è essenziale per l’impostazione e il successo di un’opera di rieducazione. Circa l’esame di personalità, esso risente delle notevoli incertezze che ancora dominano il campo delle scienze dell’uomo; psicologia, psichiatria, sociologia, che sono strumenti indispensabili per le indagini sulla personalità di un soggetto, sono ben lontane dall’offrire garanzie di certezza. Circa il terzo punto, il «trattamento» dovrebbe essere attuato solo col consenso del soggetto, e non consistere mai nell’uso di metodi che incidano con violenza o con frode nello sviluppo psichico del soggetto. Tutto ciò dimostra quanto sia difficile realizzare su questo punto il dettato costituzionale, anche se, ovviamente, nei limiti del possibile, esso non dev’essere eluso”. Così, P. Nuvolone, voce Pena (dir. pen.), in E.d.D., vol. XXXII, Milano 1982, p. 792.

2 M. Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Torino 1993, p. 87.

3 M. Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, cit., p. 89.

4 In questi termini, D. Melossi – M. Pavarini, Carcere e fabbrica. Alle origini del sistema penitenziario, Bologna 1979, p. 211.

5 D. Melossi – M. Pavarini, Carcere e fabbrica. Alle origini del sistema penitenziario, cit., p. 212.

6 Così, T. Padovani, L’utopia punitiva. Il problema delle alternative alla detenzione nella sua dimensione storica, Milano 1981, p. 20.

7 T. Padovani, L’utopia punitiva. Il problema delle alternative alla detenzione nella sua dimensione storica, cit., p. 20.

8 T. Padovani, L’utopia punitiva. Il problema delle alternative alla detenzione nella sua dimensione storica, cit., p. 26 ss. Prosegue l’Autore: “si vuol invece far riferimento a quegli spunti che, pur dall’interno del «sistema penitenziario», all’ottimismo riformistico, dai toni spesso vacuamente trionfalistici, contrappongono un pessimismo scettico sulla congruità dei mezzi utilizzati (la detenzione) rispetto ai fini perseguiti (l’emenda del reo)”.

9 T. Padovani, L’utopia punitiva. Il problema delle alternative alla detenzione nella sua dimensione storica, cit., p. 27.

10 T. Padovani, L’utopia punitiva. Il problema delle alternative alla detenzione nella sua dimensione storica, cit., p. 29.

11 T. Padovani, L’utopia punitiva. Il problema delle alternative alla detenzione nella sua dimensione storica, cit., p. 31 ss.

12 Per una descrizione sintetica, ma esauriente, del conflitto fra le due Scuole di diritto penale, che ha caratterizzato i decenni conclusivi dell’ottocento e quelli iniziali del novecento italiano, nonché della loro tentata composizione attraverso lo smussamento delle divergenze, dalla quale nasce la c.d. Terza Scuola, cfr. E. Fassone, La pena detentiva in Italia dall’800 alla riforma penitenziaria, Bologna 1980, p. 20 ss.

13 “Prevenzione speciale è l’attività diretta a ridurre la probabilità che una singola persona individuata, che ha già commesso un reato o è stata in procinto di commetterlo, commetta in futuro altri fatti costituenti reato. La prevenzione speciale può essere ottenuta o attraverso una correzione morale del soggetto oppure, in termini naturalistici, attraverso un’opera di riadattamento del soggetto alla vita associata. I due concetti di prevenzione speciale devono essere tenuti distinti: mentre il primo ha una lunga tradizione, che risale ai giuristi romani e alle dottrine cattoliche, il secondo si afferma soltanto nel secolo scorso con la Scuola positiva. La prevenzione speciale, se coerentemente perseguita, comporta per la sanzione penale taluni caratteri nettamente differenti da quelli (proporzione al fatto, determinatezza, inderogabilità) che essa deve avere per soddisfare alle esigenze della retribuzione e della prevenzione generale. La sanzione penale dovrà essere proporzionata alle esigenze della personalità del soggetto, e non alla gravità del reato. Non potrà essere determinata a priori, ma si estenderà quanto lo richiede la emenda morale del soggetto o la sua risocializzazione”. Così, A. Pagliaro, voce Sanzione (penale), in E.G.T., vol. XXVIII, Roma 1992, p. 3. La prevenzione speciale è inestricabilmente connessa, d’altra parte, al concetto di pericolosità sociale dell’individuo; quest’ultimo termine, “benché trovi espressa previsione solo nei codici con connotazioni positivistiche, affiora sporadicamente già nel diritto penale arcaico. Così avvenne in epoca romana, classica ed imperiale, in cui la distinzione fra sanzioni «eliminative» e «retributive» era in qualche misura fondata sulla distinzione fra prevenzione speciale e retribuzione ed in cui la custodia (coercitio vinculis), presso i parenti, dell’infermo di mente prosciolto, aveva evidentemente come fine la tutela della collettività da detti individui”. Il concetto di pericolosità non fu estraneo nemmeno alla Chiesa, in epoca medievale, la quale “lo invocava per giustificare l’uccisione del peccatore «periculosus» al fine di conservare il «bonum commune»”. Ad ogni modo, è solo con il Positivismo che essa diventa categoria specifica del diritto penale. Così, A. Calabria, voce Pericolosità sociale, in D. pen., vol. IX, Torino 1995, p. 452.

14 P. Nuvolone, voce Pena (dir. pen.), cit., p. 789.

15 P. Nuvolone, voce Pena (dir. pen.), cit., p. 789.

16 P. Nuvolone, voce Pena (dir. pen.), cit., p. 789.

17 P. Nuvolone, voce Pena (dir. pen.), cit., p. 790.

18 A. Pagliaro, voce Sanzione (penale), cit., p. 3. Cfr., nello stesso senso, P. Nuvolone, voce Pena (dir. pen.), cit., p. 790.

19 Caratterizzato da un certo “eclettismo dottrinario”, cioè da un tentativo esplicito di recuperare quanto, delle varie impostazioni teoriche, potesse essere funzionale ad un’interpretazione autoritaria dello Stato; cfr., sul punto, E. Fassone, La pena detentiva in Italia dall’800 alla riforma penitenziaria, cit., p. 58 ss. Nonostante un’esplicita matrice autoritaria, il fascismo, a differenza del regime nazista, non rinuncia a determinati principi di chiaro stampo liberale; si può, dunque, affermare che il fascismo si sia fatto interprete “delle istanze più autoritarie della società «liberale», senza smentirne i tratti strutturali”; cfr., sul punto, T. Padovani, L’utopia punitiva. Il problema delle alternative alla detenzione nella sua dimensione storica, cit., p. 230 ss.

20 Riferendosi al periodo dello sviluppo italiano della seconda metà degli anni ’50, E. Fassone, La pena detentiva in Italia dall’800 alla riforma penitenziaria, cit., p. 88, afferma: “la funzione rieducativa della pena non è certo una scoperta attuale, e bastano i travagli della Costituente a documentarlo: ma sino ad ora essa è stata relegata in secondo piano grazie ad una collaudata operazione politico-culturale consistente nel considerare la Costituzione come il libro dei sogni che, lungi dal legittimare l’esistente solo in quanto si conformi alla Carta, ha valore solo in quanto sia essa stessa compatibile con l’esistente. Non soltanto la categoria delle «norme programmatiche» ha annacquato i vari principi fondamentali, capovolgendo la gerarchia tra le fonti giuridiche, ma persino l’attuazione di istituti ed organismi previsti da norme di intuitiva «precettività» è stata dilazionata al di là del tollerabile: la Corte Costituzionale incomincia a funzionare nel 1956, il Consiglio Superiore della Magistratura è istituito con legge 24 marzo 1958, n. 195, la Cassazione rilutta a considerare abrogate le norme di legge in contrasto con la Costituzione, e così via”.

21 E. Fassone, La pena detentiva in Italia dall’800 alla riforma penitenziaria, cit., p. 89. Facile, d’altra parte, sostenere una simile interpretazione visto il dato letterale dell’art. 27 Cost. che sancisce proprio il carattere tendenziale della rieducazione.

22 E. Fassone, La pena detentiva in Italia dall’800 alla riforma penitenziaria, cit., p. 89.

23 E. Fassone, La pena detentiva in Italia dall’800 alla riforma penitenziaria, cit., p. 99 ss. L’Autore sottolinea che la scoperta dell’uso politico del carcere non è totalmente nuova, ma affonda le sue radici nel Socialismo giuridico di fine ‘800, che ha individuato, in un’ottica marcatamente positivista, nella disuguaglianza sociale il determinante del comportamento delittuoso: il delitto è prefigurato dalle classi dominanti come violazione dei propri interessi, e queste violazioni non possono che essere commesse dalle classi subalterne, in quanto portatrici di interessi opposti.

24 “Carcere e manicomio – una volta separati – continuarono tuttavia a conservare l’identica funzione di tutela e di difesa della «norma» dove l’abnorme (malattia o delinquenza) diventava norma nel momento in cui era circoscritto e definito dalle mura che ne stabilivano la diversità e la distanza. La scienza ha dunque separato la delinquenza dalla follia, riconoscendo, da un lato alla follia una nuova dignità: quella di un’astrazione, cioè la sua definizione in termini di malattia; e dall’altro alla delinquenza un elemento umano, nel momento in cui essa diventa oggetto di ricerca da parte di criminologi e scienziati […]. Ma, nonostante la separazione ideologica delle due entità astratte (delinquenza e malattia) ciascuna con la propria istituzione specifica, praticamente resta inalterata la stretta relazione dell’una e dell’altra con l’ordine pubblico; il che mantiene inalterata la funzione di entrambe le istituzioni come tutela e difesa di quest’ordine”. Cfr. F. Basaglia, La giustizia che punisce, in Scritti Vol. II 1968-1980, Torino 1982, p. 187 ss.

25 Anche gli interventi normativi successivi risentono di questa meccanismo di bilanciamento, il quale dipende anche dalle contingenze storiche. Con la legge 10 ottobre 1986 n. 663, per esempio, sono rimaste immutate le linee fondamentali tracciate dalla legge 26 luglio 1975 n. 354, ed anzi sono stati fatti dei progressi nell’attuazione dei principi affermati in quella sede; cfr., sul punto, P. Comucci, Nuovi profili del trattamento penitenziario, Milano 1988, p. 14 e nt. 4. All’opposto, le leggi emergenziali degli anni ’90 sono state caratterizzate da un forte connotato restrittivo.

26 E. Fassone, La pena detentiva in Italia dall’800 alla riforma penitenziaria, cit., p. 106 ss.

27 E. Fassone, La pena detentiva in Italia dall’800 alla riforma penitenziaria, cit., p. 106 ss.

28 La teorizzazione di forme alternative al carcere non è completamente nuova; basti segnalare il dibattito dottrinale ottocentesco sorto attorno alle pene detentive brevi e alla loro attitudine a procurare al condannato più svantaggi che vantaggi (sia dal punto di vista dell’impatto psicologico, sia dal punto di vista della corruzione interiore derivane dal contatto con un ambiente moralmente “deviato”). Cfr., sul punto, T. Padovani, L’utopia punitiva. Il problema delle alternative alla detenzione nella sua dimensione storica, cit., p. 41 ss.; per un quadro delle singole misure alternative, ivi, p. 79 ss.

29 E. Fassone, La pena detentiva in Italia dall’800 alla riforma penitenziaria, cit., p. 269.

30 Si veda l’utilizzo costante del carcere all’interno dei regimi socialisti.

31 Il concetto di istituzione totale, e quindi totalizzante, proprio della sociologia di Erving Goffman, e base teorica del movimento antipsichiatrico degli anni ’70, è stato riassunto efficacemente da P. Jedlowski, Il mondo in questione. Introduzione alla storia del pensiero sociologico, Roma 2001, p. 255: “il manicomio è un’istituzione totale, cioè un’istituzione in cui chi è internato è segregato dal resto del mondo (sono istituzioni totali allo stesso modo un convento di clausura, un campo di concentramento, il carcere, la caserma). In situazioni del genere, la percezione che gli internati hanno di sé è sottoposta a vincoli molto violenti: l’identità è disgregata e poi riorganizzata secondo definizioni imposte dall’istituzione stessa […]. Nel caso del manicomio, chi vi è internato non può fare a meno di finire per pensare a sé stesso esattamente e solo come un malato di mente. Ma il risultato è così devastante: invece di curare, il manicomio produce la fissazione del paziente esattamente nell’identità patologica che si pretenderebbe di modificare”.

32 “Per spiegare il principio regolativo della ragione con un esempio desunto dal suo uso empirico, […] si esamini un’azione volontaria, ad esempio una menzogna malvagia, con cui un uomo ha provocato nella società un certo scompiglio; si ricerchino prima di tutto le cause determinanti che le hanno dato origine, per poi giudicare se essa possa venirgli imputata, unitamente alle sue conseguenze. Il primo punto richiede che venga preso in esame l’intero carattere empirico dell’uomo fino alle sue sorgenti, che vanno ricercate nella cattiva educazione, nelle cattive compagnie, parzialmente anche nella malvagità di un naturale indifferente alla vergogna, e risalenti inoltre alla superficialità e alla dabbenaggine; e neppure vanno trascurate le concause occasionali. Il procedimento così impiegato è in generale lo stesso di quello a cui si fa ricorso nella ricerca delle serie delle cause determinanti di un effetto naturale. Ma, benché si reputi che l’azione sia stata determinata in questo modo, si rivolge tuttavia un biasimo all’autore, e non di certo in relazione al suo naturale infelice o alle circostanze che lo influenzarono e neppure in relazione al suo comportamento passato; si parte infatti dal presupposto che sia possibile prescindere completamente dal suo comportamento passato, considerando come non avvenuta la serie di condizioni trascorsa, e che sia possibile prendere in esame l’azione come totalmente incondizionata rispetto allo stato che la precede, quasi che l’autore abbia così iniziata una serie di conseguenze del tutto spontaneamente. Tale biasimo ha il suo fondamento in una legge della ragione, in base alla quale la ragione è assunta come una causa che, al di fuori di tutte le suddette condizioni empiriche, aveva la possibilità e il dovere di determinare il comportamento dell’uomo in modo diverso. La causalità della ragione non è qui introdotta come quella di una semplice concausa, bensì come una causalità piena, anche nel caso in cui gli impulsi sensibili non solo non la favoriscono, ma addirittura la contrastano. L’azione è posta a carico del carattere intelligibile dell’uomo: mentendo, egli cade immediatamente in colpa; dunque, nonostante tutte le condizioni empiriche dell’azione, la ragione era pienamente libera e l’azione va ascritta interamente a sua colpa”. Cfr. I. Kant, Critica della ragion pura, Torino 1995, p. 453 ss. Si può, di conseguenza, affermare come non sia pensabile alcuna norma morale, e quindi una qualche forma di imputabilità del soggetto, senza il carattere di causalità piena della ragione, quale “condizione incondizionata di ogni azione volontaria” e perciò libera.

33 Immediato risulta il riferimento al concetto di “automa” espresso da Kant, con il quale si vuole alludere alla condizione a cui l’uomo sarebbe ridotto nell’eventualità in cui l’intera determinazione del suo agire pratico fosse indipendente dalla sua libera volontà. In tal caso “il comportamento dell’uomo […] si trasformerebbe, dunque, in un semplice meccanismo, in cui, come in un teatro di marionette, tutti i gesti sarebbero compiuti bene, ma nelle figure non si troverebbe vita alcuna”. Cfr. I. Kant, Critica della ragion pratica, Milano 2000, p. 293.

34 P. Nuvolone, voce Pena (dir. pen.), cit., p. 788.

35 A. Brossat, Scarcerare la società, Milano 2003, p. 124.

36 A. Brossat, Scarcerare la società, cit., p. 124.

37 C. Lévi-Strauss, Tristi tropici, Milano 2004, p. 376.

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di Alessandra Solito

 


«La prima immagine è quella di un cane che guarda.
Il cane sono io.
Sto guardando mio padre che è una pietra che piange.
Il primo suono è in dialetto. È ripetuto da mio padre in continuazione […].
Il primo suono è s’asciucò».

Nella prima pagina c’è già tutto: il cane, il padre, il dialetto. I suoni agrodolci del palermitano. Le sirene strazianti, l’ossessione, il “mondo in frantumi”.
Il 1992, a Palermo.
Davide Enia ha una scrittura pulita, nitida, precisa. Dire evocativa è dire poco. Una scrittura capace di veicolare mondi, di racchiudere realtà in un accostamento, in una scelta linguistica, in una sillaba. Come chi fa teatro sa fare. Scomponendo il suono, costruendo mondi e suggestioni con la forza di un verso, un’intonazione, un ritmo.
Le scene si sovrappongono, e da piccoli scorci, da poche parole, ricostruiamo una vita, un ambiente, i pensieri di un adolescente. Il rapporto con un padre impenetrabile, con una madre apprensiva e dolente. Ma anche lo sconquasso dell’amore, il sangue delle stragi di mafia, il tutto visto da occhi comuni, quotidiani, di un ragazzo o di un bambino, che stenta a rendersi conto, lontanissimo dal cordoglio istituzionale o dagli avvincenti reportage dei media.
La narrazione procede per immagini, molte delle quali ricorrono più volte, come metafore martellanti, a sostenere la trama e a battere il ritmo. Poi, proprio come sul palcoscenico di un teatro, le cose diventano vive, animate, correlativi oggettivi delle emozioni e della storia: la pietra pomice, quasi unico anello di congiunzione con il padre, le mani di giglio di Sandra Spajic, l’urlo assordante delle sirene, le figurine di Corrado Risso. E il cane Nerone: lui che, più umano degli umani,
«osserva sereno la vita pulsare» con composta saggezza, e sembra, a tratti, evocare la capra di Umberto Saba, che «Sazia d’erba, bagnata /dalla pioggia, belava. / Quell’uguale belato era fraterno / al mio dolore».
Enia racconta il suo 1992, visto dal soggiorno di una casa a Palermo, e lo fa senza scivolare nel tragico o nel banale. Con semplicità racconta una storia, una storia familiare, che riporta all’infanzia e ai suoni di Sicilia, in cui la lingua si fa densa, lingua dell’anima e del ricordo, pastiche italo-siculo di grande espressività. Lingua del mito, del canto popolare, del cunto, che va alla ricerca della radice delle cose, che non si priva del ricorso all’etimologia, riprendendo senza vergogne le sbavature dell’oralità e la carica espressiva del dialetto. Un linguaggio che trae spunto dalle sue stesse contraddizioni, emozioni, contrasti. Come Davide Enia stesso dichiara:

«Possiede, il palermitano, l’esperienza della contraddizione: con la sua sonorità ora tagliente ora suadente, ‘u dialetto sa essere graffio e sussurro. Impenna in picchi di velocità sostenuta, accelera le sue pulsazioni e crea una partitura ritmica. Poi però rallenta, e dilata i fonemi, e diventa sinfonia di un sentire».
Una storia che racconta il faticoso rapporto con la Città, visceralmente amata e odiosa al tempo stesso, la città in cui “tutto cambia affinché nulla cambi”, per dirla con Tomasi di Lampedusa, luogo che diventa specchio di sé e ossessione:
«Non so se possa esistere una concreta identificazione tra città e cittadino. È possibile una reale sovrapposizione? Si può affermare “Io sono Palermo”? […]
Da ragazzino ero convinto di essere legato a doppio filo alla mia città. Storia di viscere e di senso d’appartenenza. Io ero triste? Ed ecco Palermo coprirsi di nuvole ostili. Io ero raggiante? E Palermo riluceva di sole e odorava di mare. Ma forse ero addolorato proprio perché Palermo era grigia o ero illuminato perché la città mi nutriva di luce. Non lo so. […]
Come davvero non so se in quei giorni di sangue ogni palermitano fosse Palermo e viceversa
».
Un racconto per chi ama farsi cullare e stupire dalla letteratura e dall’alchimia della lingua, in un’edizione :duepunti raffinata e rispettosa dell’ambiente (carta riciclata e certificata FSC, copertina realizzata a mano da materiali di riciclo).


Davide Enia, Mio padre non ha mai avuto un cane, :duepunti, 2010.



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