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Archive for febbraio 2011

di Giovanni Pilastro a

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Diciamolo subito, per evitare ogni equivoco e per sgombrare il campo da qualsiasi dubbio. Hereafter non è un film sull’aldilà. Prudente e quantomai opportuna in tal senso la scelta in Italia di non tradurre il titolo – come invece si è preferito fare in Francia (Au-delà) – e di resistere anche ad ogni tentazione esplicativa o didascalica, di fatto fuorviante, come dimostra la versione tedesca (Hereafter. Das Leben danach). Hereafter, dunque. Here (qui) after (dopo): “il dopo qui e ora”, per usare le parole di Mariuccia Ciotta (il manifesto, 05/12/2010). Si tratta di un “oltremondo interiore” (Ciotta), di un aldiqua più prossimo all’inconscio che all’eternità. Non è infatti casuale l’analogia fra i fantasmi del Dicken’s Dream – il dipinto che ritrae lo scrittore dormiente alla scrivania, con i personaggi dei suoi romanzi che volteggiano nell’aria attorno a lui – e le visioni del post-mortem, del “dopo”, “qui”. L’esperienza della morte dunque come esplorazione dell’inconscio, dell’aldilà interiore. L’extimité della morte come un pas au-delà della vita. La morte, dunque, come qualcosa che ha che fare intimamente con la vita, capace di cambiarla da dentro: la morte dentro la vita, e non la vita dopo (Das Leben danach) la morte. Non si tratta infatti di proiettarsi aldilà della morte vagheggiando una vita “dopo” (after), quanto piuttosto di fare, nell’aldiqua della vita, esperienza di una morte “qui e ora” (here), una “morte vitale”, per dirla con Jankélévitch, come condizione di una “vita mortale”. Di tre vite. Tre paesi, tre esperienze della “morte vitale”. La morte come condanna,quella di George (Matt Damon), operaio americano in esubero ed ex sensitivo professionista (non pratica più), costretto dall’infanzia a vivere in “contatto” con la morte; la morte come trauma, quello di Marie (Cécile De France), giornalista della televisione francese sopravvissuta (o meglio, morta e ritornata in vita, come era successo a George da ragazzo) nello tsunami in Thailandia; e la morte come lutto, quello di Marcus (George McLaren), bambino londinese che convive con l’assenza del fratello gemello Jason (Frankie McLaren), morto investito in un incidente stradale. Tre vite che, a loro modo, hanno “conosciuto la morte”. E bisogna conoscere la morte per capire la vita: “per riuscire a capire i vivi, bisogna saper frequentare i morti”, questo il monito che in Midnight in the Garden of Good and Evil – assieme ad Hereafter “uno dei film più insoliti e complessi di Eastwood” (Mereghetti) – la vecchia stregona vudù che parla con i morti rivolge ad uno sperduto John Cusack. E per George, Marie e Marcus si è trattato proprio di “frequentare” la morte, di viverla. Ma con un’avvertenza: “non frequentare i morti fino al punto di scordarti i vivi”. Se infatti, come ci ricorda ancora Jankélévitch, “la morte è la condizione della vita”, lo è solo in quanto “negazione di questa vita”. Non bisogna perciò “scordarsi” della vita, “dopo” (after) la morte. Marcus, grazie alla seduta con George (l’unico vero “analista”, in un grottesco mondo di ciarlatani para-terapeuti), scopre la verità del suo lutto: “adesso tu sei da solo”. Nessuna elaborazione, solo l’assunzione di una responsabilità: quella della vita. Dopo aver vissuto all’ombra del fratello, prima, e nella sua assenza, poi, ora si tratta per Marcus di togliersi quel berretto-feticcio, di restituirlo a Jason, che da tempo voleva riprenderselo, come quella volta nella metropolitana. Un caso. Una vera fortuna, per un soffio. Per l’ultima volta. D’ora in avanti non potrà più contare su Jason, perché, come gli dice George, “lui è te e tu sei lui: un’unica cellula, un’unica persona”. Adesso Marcus può finalmente scegliere, trattenendo il fiato, di varcare quella soglia che lo riporterà ad abbracciare la madre. E George? Anche lui dovrà vedersela con suo fratello che lo vorrebbe di nuovo in attività, convinto che non si possa sfuggire alla propria “natura”, un “dono” più che una condanna (come invece crede George), che dovrebbe servire per aiutare gli altri e da cui poter trarre profitto. Ma per George, memore delle parole della sua collega di Savannah, “una vita che riguarda solo la morte, non è vita”. E allora lascia San Francisco per Londra, la città di Dickens, dove riuscirà finalmente a scrollarsi dalle spalle i fantasmi della morte, quelli che non lo lasciavano vivere né sognare. Sognare un bacio, un incontro, forse un amore. Quello che non era funzionato con Melanie (Bryce Dallas Howard) – la ragazza conosciuta ad un corso serale di cucina e che, al primo appuntamento, era scappata via in lacrime, vittima della sua stessa curiosità – potrà forse funzionare con Marie, che i suoi fantasmi li ha dovuti metter per iscritto in un libro (non quello che avrebbe voluto scrivere ma quello che ha dovuto scrivere), il solo modo per poter davvero ritornare alla vita, per sopravvivere al trauma della morte. Alla fine, in quella stretta di mano, il vero “contatto” fra due “vite mortali”.

Hereafter, un film di Clint Eastwood. Con Matt Damon, Cécile De France, Joy Mohr, Bryce Dallas Howard, George McLaren, Frankie McLaren. Drammatico, durata 129 min. USA 2010.

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di Stefania Ragaù

 

 

Dinnanzi al «nodo complicato» espresso dalla triade sesso-denaro-potere – come scrive Manuela Cartosio nel suo articolo Forchette e forconi, pubblicato su il manifesto il 9 febbraio 2011 – ritornata d’attualità grazie ai recenti scandali del nostro premier, la risposta data dalla mobilitazione di piazza del 13 febbraio ha il limite di ridursi unicamente a una delle tante manifestazioni di indignazione civile. Reazione viscerale dunque. Di fatto politicamente inconsistente. Per la Cartosio la mobilitazione è «uno strumento grossolano»,  non adeguato a sciogliere quel nodo complesso che chiama in causa il ruolo della donna nella società postmoderna e postpatriarcale. Ma resta pur sempre uno strumento. Forse l’unico rimasto. Ecco perché, per la Cartosio, è importante esserci, nonostante quell’appello sia «mal scritto», «mal pensato», nonostante le sue «sgrammaticature». Bisogna esserci. Perché? La risposta implicita è: cosa si può fare altrimenti? Solo l’indignazione ci resta. Mi sembra che questa sia la logica sottesa dell’articolo. Una logica abbracciata da gran parte della società civile, del ceto medio, della nuova intellettualità disorganica che ha sostituito la lotta con l’indignazione. È una logica della «falsa partecipazione». Falsa perché fornisce a tutti una risposta facile, immediata, viscerale che non richiede di fatto una seria riflessione sugli avvenimenti in atto nella nostra società. Scendiamo tutti in piazza sabato, così poi ci sentiamo di aver fatto qualcosa. Che cosa non è importante, basta fare. È sufficiente protestare. Qualcosa prima o poi succederà. Qualcuno si muoverà. Forse. Chissà? Intanto, così facendo, siamo tutti deresponsabilizzati. Non c’è più bisogno di rielaborare un effettivo pensiero critico, di analisi sul presente. Troppo fatica, troppo sforzo. Protestiamo allora. Scendiamo in piazza. Per le donne. Per la questione morale. Per le vittime di una società che si ricorda ogni tanto di essere fallocentrica. Dietro a questa «falsa partecipazione» si cela un’etica della rinuncia e una pratica della rimozione. Ecco gli strumenti di una sinistra e di una società civile che preferiscono l’indignazione all’organizzazione di un pensiero, di una protesta, di un’azione effettivamente collettiva, perché politica.

Nel suo articolo Cartosio rivela di essere consapevole dei limiti della protesta. Altrettanta consapevolezza dimostra di avere nel mettere in guardia chi sia sollecitato a considerare le “arcorine” come «povere vittime» – trappola in cui pare caduta una persona come Gad Lerner, con mio grande rammarico. Semmai, continua Cartosio, si tratta di «un’emancipazione malata». È qui che si tocca il vero nodo problematico della questione Arcore. Per affrontare seriamente il problema bisognerebbe, innanzitutto, cominciare a riflettere sull’emancipazione femminile in relazione alle conquiste ottenute nel Sessantotto. Tema enorme. Senz’altro. Tuttavia, se vogliamo evitare di considerare le arcorine delle vittime di un’ingiusta società, per riconoscere fin in fondo anche la loro soggettività, bisogna spendere almeno due parole sull’argomento. Queste donne hanno fatto una libera scelta. Liberamente hanno deciso di trarre profitto dalla mercificazione del loro corpo. Indecente. Inconcepibile. Certo. Ma la libertà della soggettività può portare anche a questo. Allora dove sta la gravità nella loro libera sceltà? Il problema risiede nel fatto che, agendo così, si finisce per supportare un immaginario maschile che continua a rappresentare la donna innanzitutto come mero oggetto sessuale. Si continua, cioè, ad avvalorare una visione maschilista della società. E la cosa più grave sta nel fatto che a farlo siano delle donne per libera scelta. Il femminile ancora una volta viene negato in favore di un maschile in crisi. È un nuovo tipo di negazione, pari a quello delle donne manager. Il soggetto attivo nella compressione del femminile non è più il maschile autoritario e sovrano della società patriarcale, ma il femminile emancipato che usa la sua libertà come strumento per supportare una nuova versione del maschile. Un aggiornamento necessario preso atto della fine del patriarcato. Le donne manager da un lato, le arcorine dall’altro sono due facce della stessa medaglia. Quella di un femminile che ha incarnato il nuovo volto del maschile.

Forse queste affermazioni risulteranno degli azzardi. Forse lo sono. Ma come leggere questi ultimi avvenimenti? Che cosa ci dicono? Di che cosa sono sintomo? Insomma è tempo di chiedersi quale sia la condizione della donna nella società postedipica, postnovecentesca e postpatriarcale. E se questa «emancipazione malata» fosse in realtà, purtroppo, l’unica emancipazione possibile all’interno dell’orizzonte capitalistico? Forse bisognerebbe iniziare ad interrogare il rapporto tra il femminile e il capitale. Un compito urgente.

 

(pubblicato sul sito de il manifesto in data 09/02/2011)

 

 

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