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Archive for maggio 2011

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“L’ideologia della devianza come problema interno alla dinamica del capitalismo avanzato, serve a confermare l’appartenenza al medesimo gioco sociale di ciò che era nato come un suo rifiuto (consapevole o no); rafforzando insieme la posizione del capitale che riesce a nullificare le forze ad esso opposte, attraverso una loro razionalizzazione come problema ideologico”a

Franco Basaglia

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È DISPONIBILE IN LIBRERIA IL VOLUMEa


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BASAGLIA POLITICO

Un atto di non inclusionea

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di Andrea Pertot

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“Ma perché Basaglia tornerebbe utile in una società definita post-moderna e post-ideologica, dove il permissivismo ha preso il posto dell’autoritarismo, dove il manicomio sembra non esistere più? Perché questo permissivismo, funzionale al capitale e alla sua macchina di consenso, cioè il consumo, mantiene in vita un nucleo di autoritarismo tradizionale che persiste nella sua opera di esclusione dei diseredati della terra, che crea ancora oggi, all’ombra dei centri commerciali, sacche di vita inutile da separare e costringere in luoghi determinati (carceri, cliniche psichiatriche, ospedali, centri di identificazione ed espulsione, comunità di recupero per tossicodipendenti ecc.). Luoghi di poveri, prevalentemente; luoghi in cui tutto ciò che non serve viene immagazzinato per evitare turbamenti alla vita felice che il capitale promette. Ma la società le sue contraddizioni non le include in sé come sue figlie, preferisce allontanarle nell’illusione che non le appartengano. D’altra parte la permissività, ammoniva Basaglia, quando è intrisa di bonario paternalismo che annulla ogni potenziale conflitto, non è altro che strumento funzionale al controllo”

 

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Indice e introduzione

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IL VOLUME SARÀ PRESENTATO

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mercoledì 25 maggio, ore 18.30

presso il Caffè San Marco di via Battisti – Trieste

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Interverranno:

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 Dott.ssa Paola Zanus Michiei

Psichiatra, responsabile del centro di Salute Mentale

24Ore di Palmanova.

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Dott. Mario Colucci

Psichiatra, responsabile del servizio tossicodipendenze

(SERT) di Palmanova e Latisana.

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Dott.ssa Assunta Signorelli

Psichiatra, responsabile del servizio psichiatrico

di diagnosi e cura (SPDC) di Trieste.

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Dott. Michele Zanetti

Già Presidente della Provincia

di Trieste.

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Sarà presente l’autore

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di Giorgio Pilastro

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L’ingresso in Praza do Obradoiro è avvenuto senza emozioni (o quasi). Alle otto e mezzo del mattino. Il cielo si rischiarava appena alle spalle della cattedrale. Acquerellato di celeste chiaro e rosa. La piazza era ancora deserta. Eravamo i primi pellegrini della giornata ad arrivare alla meta: Santiago de Compostela. Ottocento chilometri alle spalle. A piedi fanno circa un milione di passi. Ventisei giorni di cammino. Avevamo deciso di arrivare nella plaza (praza in galiziano) della cattedrale alle prime luci dell’alba. Il pomeriggio precedente ci eravamo fermati a Monte do Gozo (monte della gioia): solo cinque chilometri da Santiago. Ancora un’ora di marcia ed avremmo concluso il percorso. Volevamo, però, assaporare ancora un giorno sul Camino. Uno dei tanti accordi taciti o espressi che hanno accompagnato il viaggio con i miei compagni. Durante la cena nell’albergue di Tosantos, anche Fernand, un ciclista francese veterano del Camino, ci aveva consigliato di entrare in città di buon’ora per avere il tempo di ritirare la compostela ed essere presenti alla messa di mezzogiorno in cattedrale. Quella nella quale i botafumeiros fanno oscillare lungo la navata della chiesa un gigantesco turibolo per l’incenso ed il celebrante elenca gli arrivi dei pellegrini in quella giornata.

Monte do Gozo è un’altura sopra Santiago. Come Fiesole per Firenze, Frascati per Roma oppure Opicina per Trieste. La città è lì sotto. Di sera si possono vedere le luci e cercare di individuare le due torri della cattedrale, come si narra facessero i pellegrini nel medioevo. Ci abbiamo provato. Senza risultato. Solo al mattino abbiamo capito che, come i post-sessantottini del film Ecce bombo di Nanni Moretti, guardavamo dalla parte sbagliata. Su questo colle si era fermato anche Giovanni Paolo II. Un monumento enorme (eccessivo) ricorda l’avvenimento, con un improbabile accostamento tra il moderno papa-pellegrino ed il più famoso pellegrino di Santiago: San Francesco. Per me il Camino era terminato su quella collina spazzata da un vento teso e freddo che mi ricordava la bora. O almeno così ritenevo. Non volevo arrivarci. Per tutto il giorno, man mano che i chilometri scalavano sui cippi lungo la strada, inconsciamente rallentavo il passo. Negli ultimi boschi di eucalipti prima della salita i miei due compagni di viaggio si voltavano indietro per controllarmi. Per un muto accordo, in tutti quei giorni, spesso uno di noi rimaneva una decina di metri indietro. Da solo. Il Camino è anche un percorso “in solitaria”. Moltissimi lo affrontano da soli. Anche coloro che lo percorrono assieme ad altri, molte volte, sentono il bisogno di isolarsi. Quel martedì toccava a me. Sapevo che a sera il viaggio sarebbe finito. Non avevo iniziato il Camino per arrivare a Santiago. Di San Giacomo, della tomba, delle reliquie mi importava ben poco. Ero venuto per la strada. Ed ora stava per finire. Per questo sentivo il desiderio che quel percorso non avesse termine. Stavo bene sulla strada. Forse meno avventurosa e trasgressiva della Route 66 di Jack Kerouac, ma egualmente piena di vita e di speranza. Il rifugio di Monte do Gozo è enorme. Orrendo. Assomiglia al campo di concentramento di Natzweiler-Struthof in Alsazia, dove fu rinchiuso per due anni Boris Pahor. Una serie di baracche disposte sui gradoni ricavati nella collina. Moderne. Efficienti. Confortevoli. Anonime. Infilato nel sacco a pelo, dopo la doccia, ripensavo ai tanti albergue o rifugi nei quali avevamo pernottato. Cercavo di ricordarmeli tutti. Erano tanti. Pensavo alle strade che avevamo percorso. In ventisei giorni avevamo calpestato tutti i possibili tipi di terreno esistenti. Non riuscivo ad elencare i tanti sinonimi di strada, sentiero, tratturo o viottolo necessari per descriverli tutti. Avevamo camminato sulla terra battuta, sulla ghiaia, sull’asfalto, sull’erba, sui sentieri di montagna, in mezzo alle campagne, nei paesini, nelle città. Un viaggio verso Ponente. Ogni mattina il sole ci sorprendeva alle spalle tracciando ombre lunghissime e magrissime davanti a noi. Non era chiaro se da dietro ci spingesse a proseguire o quelle ombre fossero dei segnali inequivocabili sulla direzione da seguire. Verso Ponente. Ora, però, tutto questo stava terminando. La strada era finita. Il senso di questa mancanza si mescolava alla consapevolezza dell’itinerario percorso. Anche all’incredulità. Ottocento chilometri a piedi. Sembrano un’enormità. Invece, non lo sono. Un passo dopo l’altro, un giorno dopo l’altro, un paese dopo l’altro e ti accorgi che ti sei allontanato dalla partenza e ti stai avvicinando all’arrivo. Erano parecchi giorni che stavamo metabolizzando l’arrivo. La conclusione. In fondo l’idea di “non arrivare” non era mai stata presente. Nemmeno durante un caldo pomeriggio a Mansilla de las Mulas quando un fastidiosissimo dolore al gluteo, che mi perseguitava ogni mattina, non mi permetteva quasi di camminare. Nemmeno allora ho pensato concretamente che non sarei arrivato. Santiago, però, non è stata una conquista. Santiago non è stato nemmeno un risarcimento, una retribuzione per una promessa o per un impegno. Come per Jacinto, uno spagnolo conosciuto a Bercianos del Real Camin, che ha fatto la prima volta il cammino per esaudire un voto (segreto). La seconda per un altro giuramento che riguardava sua figlia. Gli altri perché “el camino es muy bonito”. Era arrivato a quota sette. Compresa una attraversata “invernale”. Davvero dura, a suo dire. Non abbiamo avuto difficoltà a credergli.

Dal Monte do Gozo siamo partiti con il buio. Come ogni giorno. Anche se si trattava di una giornata particolare. Nemmeno l’ultimo giorno siamo venuti meno agli orari “monacali” che ci eravamo dati. Sveglia alle cinque a quarantacinque. Un quarto d’ora prima della maggioranza dei pellegrini. In silenzio per non disturbare quella residua porzione di sonno alla camerata. Gli ultimi giorni ero in grado di riempire lo zaino al buio, senza l’ausilio della pila. A tastoni. Sulla branda riuscivo a “vedere” al tatto tutto il mio “avere” e ad infilarlo ordinatamente nello zaino. Tre quarti d’ora dopo eravamo “operativi” come ama dire Franco, il mio compagno di viaggio sull’Athos. Questa mattina, però, siamo andati un po’ al rallentatore. Capivamo che c’era qualcosa di diverso. Abbiamo attraversato il viale in mezzo alle due file di baracche. Deserto. Le luci illuminavano le finestre. Immaginavamo il consueto trambusto prima della partenza quotidiana. Molti si sarebbero attardati. Ieri sera l’euforia era palpabile. Non solo tra i più giovani. Volti visibilmente eccitati. Qualcuno aveva fatto le ore piccole. Pochi tornanti e siamo arrivati al cartello stradale: Santiago. Lungo i vialoni di periferia i lampioni erano ancora accesi. Il traffico delle città al mattino presto, in entrata ed in uscita. Colazione in un bar già aperto (per i pellegrini). Poca gente per la strada. Poi, attraverso la Porta do Camino, lungo le stradine della città vecchia siamo scesi fino alla piazza della cattedrale. Nessuna emozione. Ci siamo seduti su un muretto di fronte alla facciata della chiesa. Maestosa. Barocca. Imponente. La piazza vuota. Bagnata di recente. I riverberi delle luci sulle pozzanghere. Sembrava ancora più grande. Un immenso palcoscenico che si sarebbe animato di lì a poco. Il primo pellegrino è arrivato dal portico adiacente la chiesa. Solitario. E’ quel francese con il cappello di paglia. Sopra aveva infilzato piume di fagiano e di altri uccelli, oltre a fiori, erbe e targhette delle località attraversate. L’avevamo incontrato anche qualche giorno fa, prima di entrare in Galizia. Lungo una discesa che usciva da un paese cantava “O sole mio…”. Assieme a “mister Lee”. Un coreano che a Bercianos aveva esibito le vesciche più devastanti che avessi mai visto. Non avrei mai pensato che i piedi si potessero martoriare a tal punto: una piaga sanguinolenta sotto la pianta. Era dovuto salire il mattino dopo su un autobus per l’ospedale di Sahagùn o di Leon. Per lui il Camino era finito. Due giorni dopo, invece, verso mezzogiorno lo troviamo seduto al tavolo di un’osteria a Santa Catalina de Somoza. Sorridente. Gioioso. Ci saluta e ci mostra i nuovissimi scarponi. Markus ed Alberta, una coppia di austriaci sulla sessantina, lo “accudiscono” e lo consigliano, per impedirgli qualche altra sciocchezza.

Nella praza di Santiago ormai completamente rischiarata mi chiedo ancora cosa avesse spinto tante persone a percorrere il Camino. Anche a Roncisvalle, ventisei giorni prima, nella immensa camerata con un centinaio di persone appollaiate su tre file di letti a castello mi domandavo la stessa cosa. Perché tutte quelle persone erano disposte ad attraversare a piedi tutto il nord della Spagna fino all’Atlantico? Durante la notte, insonne come quella ad Ouranopolis prima di imbarcarmi per l’Athos, dal letto superiore scrutavo nell’oscurità quella distesa di sacchi a pelo deformati dai corpi che contenevano. Ombre, sagome che si muovevano, che si rigiravano sui giacigli. Respiri, rumori che si incrociavano e si rispondevano nello stanzone. Perché eravamo lì? La sera, prima di cena, nella chiesa di Roncisvalle c’era un’atmosfera più consapevole. Mentre il sacerdote leggeva i numeri e le nazionalità dei vari pellegrini in partenza, tutti sembravano più coscienti. In quell’antico monastero ristrutturato a dormitorio, invece, le cose mi apparivano diverse. Ognuno doveva avere una sua motivazione personale che lo spingeva ad essere in quel luogo. Era, dunque, un viaggio “al singolare”? Mi chiedevo quale significato avrebbe avuto l’”altro”. Il compagno di viaggio. Quello occasionale, incrociato per pochi minuti lungo la strada o quello che mi avrebbe accompagnato per tutto il percorso. In quel momento eravamo accomunati da un progetto e da un percorso. Avevamo atteso sotto la pioggia per tutto il pomeriggio prima che l’ufficio del pellegrino aprisse le porte. Qualcuno stanco della giornata di cammino da Saint Jean Pied de Port (in Francia) dopo aver scollinato il passo reso famoso da Rolando, il paladino di Carlo Magno. In fila per le registrazioni. Operatrici solerti chiedevano il motivo del pellegrinaggio: religioso, spirituale, non religioso. Scrivo: spirituale. Mi sembrava più vicino all’atteggiamento di disponibilità e di attesa che sentivo dentro di me. “Ascolta la strada” mi aveva detto Paolo Rumiz prima di partire. L’ho fatto. Forse per questo me ne sono innamorato. Seconda casella: religione. Avrei risposto: cristiano (almeno nelle intenzioni) come sull’Athos. Non c’era l’opzione. Fila per entrare nel dormitorio. Assalto ai letti. Fila per i lavandini, le docce ed i bagni. Promiscuità. Ho scoperto in quel luogo quanto sia, in effetti, piccolo lo spazio di intimità vitale. Il perimetro di un materasso e dello zaino appoggiato per terra. Ho compreso anche quanto questo stesso spazio sia indispensabile. Il sé, l’io che grida la sua voglia di individualità, di indipendenza, di libertà. Perché eravamo disposti a quella prova? All’aeroporto di Pamplona, Elvio mi aveva detto che per lui non era necessario avere un motivo particolare per quel tipo di esperienza. Era appena andato in pensione. Veniva da Monza. Era partito da solo. Anche poco allenato. “Si vedrà. Qualcosa combinerò”. Abbiamo cenato assieme a Roncisvalle con una coppia di australiani. Poi non l’abbiamo più visto. Non saprò mai se lungo la strada avrà scoperto il motivo per cui era venuto. A metà percorso si sale sul punto più alto del Camino. Alla Cruz de hierro: più di millecinquecento metri di altitudine. Una salita lunghissima. Molto dolce. Quasi impercettibile. Una giornata di cammino. In cima un altissimo palo con una croce sopra (di ferro, appunto), circondato da una montagnola di sassi. Talmente tanti che ci si può anche salire a piedi. La tradizione vuole che ognuno porti un sasso da casa e lo lasci lì. E’ il peso dei peccati che viene abbandonato sopra la montagna. Una sorta di auto-remissione laica delle colpe. Più grande è il peccato, più grande deve essere il sasso, recita una targa. Io non ho portato nessuna pietra. Non perché non avessi peccati (forse la pietra non sarebbe nemmeno entrata nello zaino). Non ero semplicemente venuto fin lì, in quella nuvolosa mattinata, per espiare colpe o cose del genere. Nell’albergue di Tosantos, la sera, durante l’incontro comunitario (rigorosamente facoltativo) ognuno scriveva su un bigliettino (anonimo) il motivo del suo Camino. Le sere successive altri pellegrini avrebbero letto questi foglietti. Così abbiamo fatto anche noi. Mi sono fatto un’idea dei pesi e delle colpe che venivano portati lungo quelle strade di campagna e di montagna. Una religiosità retributiva, contabile, mercantile. Camminare, fare fatica ed in cambio un tu (o un Tu) esaudisce i vari desideri. Non era proprio il mio Camino.

Ora, poco prima dell’inizio della messa di mezzogiorno, la piazza di Santiago è ormai piena. Gruppi di turisti frammisti ad un numero sempre maggiore di pellegrini. Volti conosciuti. Altri mai visti. Mi chiedo come dopo ventisei giorni e le tante persone incontrate, raggiunte, viste durante la strada ci fosse ancora qualche volto ignoto. Spuntato da chissà dove. “Guarda chi arriva!” E’ quel ragazzo che la mattina nel buio a Roncisvalle si era infilato velocissimo nel bosco con la pila sulla fronte. Ci eravamo guardati ed avevamo pensato: “questa sera arriva a Santiago!”. Mi chiedo quale strada abbia fatto. Quali soste. Quanti chilometri avrà percorso al giorno. Il Camino è anche questo. Ognuno disegna il suo. La strada è una sola (o quasi) ma i punti dove fermarsi, dove pernottare, i chilometri da percorrere tracciano un itinerario personale. Deciso da scelte, da circostanze. Spesso da necessità. E’ un paradigma della vita. Anche di questo farfuglio e ripenso in questa mattinata fresca di inizio ottobre. Il 1° ottobre. Mercoledì. La strada ed i giorni che voltandomi da questa piazza rivedevo dietro a me sono pieni di persone, di saluti (hola!, buen camino!), di chiacchiere, di discorsi. Incontri. Ingrid da Graz che era venuta a camminare per incontrare gente. Gente di un certo tipo, diceva lei. Disposta a trascinare uno zaino di almeno dieci chili per quasi trenta giorni. Shirlee, una giovane inglese bionda, che era venuta perché lo scorso anno lungo la strada aveva incontrato una “persona speciale”. Era ritornata da sola per ritrovare quei luoghi. Lo diceva con gli occhi lucidi. Olga, la ceca, mia vicina di materasso per una notte. Semplicemente desiderosa di conoscere gente nuova. Qualcuno percorrerebbe il Camino con il cronometro in mano per misurare la propria performance. Altri lo farebbero in ginocchio per espiare nella sofferenza chissà quali colpe. C’è chi vuole raggiungere Praza do Obradoiro e dire: “ce l’ho fatta!”. Come quella coppia di tedeschi che sono arrivati in bicicletta e si abbracciano e si baciano al centro dell’enorme sagrato. Scopriamo che venivano da Amburgo. Un numero enorme di chilometri. Nella piazza arriva anche il gruppo di giovani che ci aveva accompagnato per parecchie giornate. C’è anche quel ragazzo francese che una domenica, lungo il tratto più noioso e lungo del cammino su una strada asfaltata sotto il sole, in mezzo al nulla, senza un segnale o una curva, lo abbiamo sentito cantare da lontano. Poi sempre più vicino. Ci aveva superati. Appese allo zaino aveva una pentola ed un coperchio. Una notte in un rifugio mi ero alzato ed ero sceso per bere un bicchiere d’acqua. Ero entrato in cucina e lo avevo trovato assieme agli altri a cantare e suonare con delle percussioni improvvisate, mentre Shirlee ballava scalza un improbabile flamenco o qualcosa che voleva somigliarli sul tavolo da cucina. Li avrei baciati. Noi “vecchietti” dovevamo recuperare forze ed energie. Il mattino dopo siamo partiti con i nostri orari mattutini. Li abbiamo lasciati che dormivano nella camerata accanto alla nostra. A mezza mattina abbiamo risentito vociare e cantare. Erano loro. Ci avevano raggiunti. Ora erano lì in mezzo alla piazza ad abbracciarsi e ad improvvisare canzoni spagnoleggianti. Cosa li aveva spinti in questo luogo? Cosa abbiamo in comune noi, loro, gli altri camminatori che arrivavano sempre più numerosi in questo spazio trasformato in un perimetro magico, con i pellegrini che sette o otto secoli fa si muovevano verso questo stesso posto? Cosa abbiamo in comune noi con quei pellegrini che il Camino lo avevano fatto dormendo in comodi alberghi, facendosi trasportare gli zaini da organizzazioni di tour operator? Il Camino in pullman. Colazione in albergo, un’oretta di cammino con lo zaino leggero e poi di nuovo sulla corriera in qualche buon ristorante. Anche questo è il Cammino di Santiago? Può darsi. L’industria turistica, il guadagno, il denaro macinano, deglutiscono e mandano giù tutto. Anche Santiago. Noi abbiamo cercato con ostinazione gli albergue gestiti da comunità religiose per tentare di capire cosa eravamo venuti a fare. Perché attraversavamo i boschi della Navarra, i vigneti de La Rioja o del Bierzo, il deserto delle mesetas in Castiglia e di nuovo i boschi della Galizia. Volevamo sapere se potevamo chiamarci pellegrini o qualcosa del genere. Cercavamo le camerate austere, le tavolate alla sera, le minestre preparate assieme. I racconti del Camino. Le nostre storie personali narrate a persone conosciute qualche ora prima. Il Camino ha a che fare con la vita non con suoi surrogati! Mi mancheranno i tanti racconti dei “veterani” durante le cene. Alla seconda bottiglia di tinto qualcuno affermava di aver percorso il Camino in diciotto giorni. Probabilmente era vero. Sentirò la mancanza dell’entusiasmo dei tanti giovani, lo scambio di informazioni, i consigli. Quante volte sono rimasto da solo lungo la strada a rimuginare, a pensare. Riscoprendo la lentezza delle giornate e la sua immensa bellezza. Il Camino decompone e ricompone il tempo in una sorta di destrutturazione temporale. Ripensavo spesso agli amici monaci ed alla riconoscenza che devo loro per la testimonianza che offrono. Quante volte ho cercato una chiesa per rintanarmi dentro. A volte le ho trovate chiuse, oppure ho incontrato guardiani diligenti che mi chiedevano di pagare un biglietto. Chiese vissute come luoghi d’arte. Alcune bellissime. Sublimavano l’ingegno e le capacità umane: Burgos, Leon. Mi sembravano, però, tutte fuori dalla strada. Estranee a quel percorso. Posticce. Nei volti dei compagni improvvisati, chini a mangiare voracemente una minestra di ceci, ho cercato risposte a tutte queste domande. Davanti alla cattedrale di Santiago sto cercando di rifare il percorso al contrario. Ripercorrere la strada. Cos’è il Camino? Un laboratorio nel quale ognuno può sperimentare ciò di cui sente l’urgenza, ciò per cui ha deciso di fare questa esperienza. Posso dire che, anche qui come sul monte Athos, ho cercato soprattutto il deserto. L’essenzialità delle cose. Leggere e capire ciò che rimane dopo che attorno e dentro di te hai tolto tutto il superfluo possibile. E sei rimasto attonito ed incredulo nel vedere quanto materiale ti sei lasciato lungo la strada. Una scia che ti segue. Come Pollicino con le sue briciole di pane. Ho cercato di abbandonare i segni delle inutilità e dell’eccedente. Ho visto cadere corazze, scudi, ammennicoli, sentimentalismi, scelte perbeniste, paure. Ho tentato di riscoprire l’essenzialità nascosta nella ricerca giornaliera di qualcosa da mangiare, un luogo dove riposare e dormire. Ho imparato ad amare e “vezzeggiare” parti più umili del mio corpo solitamente accantonate per altre ritenute più importanti. Ho lavato, massaggiato, unto i miei piedi più volte al giorno. Li ho ispezionati, guardati, curati delle pochissime (fortunatamente) vesciche. Non ho mai sentito il bisogno di oggetti, indumenti o quant’altro oltre a quelle poche cose che avevo sistemato nel mio zaino. Ora davanti alla cattedrale con la compostela in mano mi sembra che tutto questo abbia un senso. Mi sembra di aver amato e di amare questa strada. Di averla accettata e di essermi lasciato sedurre fino ad innamorarmene e non volerla abbandonare, come è successo ieri. E’ questo il mio Camino? E’ anche quello di Enzo? O quello di Raoul? I miei compagni di viaggio. Probabilmente, no.

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Post scriptum

Sono a Finisterre. Il giorno dopo l’arrivo a Santiago. Abbiamo preso una corriera. Non avevamo ancora tre giorni a disposizione per i novanta chilometri che la separano da Santiago. Velocità nuova. Dopo tanti giorni nei quali valutavamo le distanze dai centri abitati o dalle montagne in lontananza misurandole in giorni oppure ore di cammino, adesso i paesi sfrecciano veloci ad un ritmo innaturale. Finisterre. L’oceano. Il luogo dove i pellegrini andavano a lavarsi prima di riprendere il cammino di ritorno verso casa (sempre a piedi). Noi moderni pellegrini abbiamo un aereo prenotato per Madrid e poi per Venezia. Mai avrei pensato che quelle poche certezze che pensavo di aver raggiunto solo ieri in Praza do Obradoiro sarebbero state infrante su questo sperone di roccia davanti al mare. Davanti all’Atlantico. Un luogo terminale. Dove finisce la terra ed il viaggio. 42° 53’ latitudine Nord e 9° 16’ 20’’ longitudine Ovest. Oltre c’è solo l’immensa distesa di mare. Non per tutti. Penso a Cristoforo Colombo. Per lui, invece, quello era stato l’inizio. Il punto da dove partire. Ancora verso Ponente. Sotto il faro lo sguardo si perde nell’oceano. Incrocio una ragazza polacca con una specie di shador celeste sulla testa. La voglio salutare, ma mi trattengono i suoi occhi gonfi e le lacrime lungo le guance. Felicità? La rivedo come una sirena sullo scoglio a guardare l’orizzonte sul mare. Altri pellegrini sparsi, silenziosi lungo la scogliera con lo sguardo rivolto alla distesa infinita dell’oceano. Il Camino era davvero finito? Non potrebbe rinascere proprio da questo stesso luogo, come per Colombo?

E’ stato a Finisterre che si è insinuato in me il timore che tutto ciò che avevo provato potesse diluirsi e sparire. Che il Camino finisse veramente. Avesse un suo stop. La ricreazione è finita, si ritorna in aula. Mi sentivo angosciato da quel pensiero. Me lo sono portato dietro lungo la strada del ritorno. Nella corriera verso Santiago. Nell’aereo verso Venezia. Il Camino deve essere davvero fatto a ritroso. Verso Oriente. Non c’è altra soluzione. Solo così è possibile vedere cosa hai lasciato lungo la strada. Capire se sei stato veramente capace di abbandonare tutto ciò che ti sei levato, strappato, tolto lungo il percorso o se si è trattato, invece, solo di una momentanea infatuazione. Solo nella quotidianità, sulla strada del ritorno si può tentare di scoprire il segreto del Camino. Non è detto che ci si riesca. E non è per niente più facile o meno faticoso degli ottocento chilometri a piedi, sotto il sole e la pioggia, con lo zaino pesante……verso Ponente.

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di Giovanni Pilastro e Stefania Ragaù

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La democrazia versa in condizioni precarie in tutta Europa. Fatto più che evidente. Se poi ci soffermiamo all’interno dei nostri confini nazionali, la situazione è ancora più drammatica, come ben sottolinea Asor Rosa (il manifesto, 13 aprile 2011) che, non a caso, parla di una «dissoluzione del sistema democratico in Italia». Dinnanzi a una simile prospettiva di “snaturamento radicale delle regole”, di “fine della separazione dei poteri”, di “mortificazione di ogni forma di «pubblico»” e di “creazione di un nuovo sistema populistico-autoritario”, Asor Rosa pone un urgente interrogativo: «quand’è che un sistema democratico, preoccupato della propria sopravvivenza, reagisce per mettere fine al gioco che lo distrugge, – o autodistrugge?».

Il problema posto da Asor Rosa richiederebbe una riflessione condivisa. Si tratterebbe di mettere in questione questo “gioco” autodistruttivo tutto interno al sistema democratico. La “dissoluzione della democrazia”, infatti, non dipende da un elemento esogeno che, come un virus, intacca il corpo sano della politica e delle sue istituzioni. Non c’è stata un’usurpazione da parte di una minoranza politica che illegittimamente ha conquistato il potere. La crisi del nostro caro sistema democratico, purtroppo, è tutta interna ad esso. Endogena, dunque. È lo stesso Asor Rosa, del resto, a riconoscerlo: «oggi la democrazia in Italia si dissolve per via democratica, il tarlo è dentro, non fuori».

Il predomino di una destra come quella berlusconiana, la dilagante corruzione, la volgarità di un potere sempre più sfacciato ed arrogante sono i chiari segnali di un declino politico. Anzi, di un vero e proprio vuoto politico. Date tali premesse, per altro difficilmente opinabili, sorprende la proposta di Asor Rosa. A cosa servirebbe, infatti, un intervento forte e dall’alto in un contesto in cui è lo stesso sistema democratico che si autodistrugge? Quali forze politiche subentrerebbero una volta eliminato quel “tarlo”? Chi sarebbe capace di farsi carico della “ricostruzione democratica” del paese? Quelle stesse forze politiche che sono parte del problema più che possibili risorse per una sua risoluzione?

Quella di Asor Rosa pare una proposta non tanto provocatoria, come qualcuno ha scritto, ma disperata. E Asor Rosa, in buona compagnia con altri pensatori appartenenti alla sua generazione, la sente completamente questa disperazione. Lo si intuisce dalla chiosa del suo articolo. I toni non sono molto diversi da quelli con cui Mario Tronti si è rivolto a Pietro Ingrao, in una lettera di auguri per suoi novantasei anni. Scrive infatti Tronti: «perché abbiamo bisogno di queste cose per accorgerci, solo allora, che così questo mondo non va e che bisognerebbe di nuovo, anche qui in forme nuove, sovvertirlo?». Come dire, perché abbiamo bisogno che la storia si ripeta, prima di poterci riorganizzare? Questa è una domanda da cui, come dice Tronti, «non ci si può sottrarre. Non per disperarsi, tanto meno per rassegnarsi». Non ci si può fermare alla disperazione. Tronti e Asor Rosa ne sono consapevoli. Si tratta per entrambi, per dirla con Benjamin, di «organizzare il pessimismo» e di reagire. È a questo livello, a livello cioè della risposta, che le posizioni di Asor Rosa e Tronti divergono. L’uno forse più agguerrito e precipitoso, l’altro più amaramente lucido e riflessivo. Se per Asor Rosa si tratta di invocare un intervento dall’alto, per Tronti si tratta invece di «riacciuffare il filo della lotta decisiva». Due risposte diverse che indicano due diversi livelli di analisi, l’uno, quello di Asor Rosa, limitato alla deriva populista della democrazia (il “berlusconismo”), l’altro, quello di Tronti, incentrato sulla deriva antipolitica della democrazia. Se per Asor Rosa si tratta di operare una “ricostruzione democratica”, per Tronti invece è «venuto il momento di passare a una critica della democrazia».

Leggendo Asor Rosa e Tronti, sorge però un’ulteriore domanda: perché queste problematiche se le pongono loro, figli di un secolo, il Novecento, che sembra ormai preistoria? Dove sono le voci dell’odierna classe intellettuale (ormai sempre più disorganica, se non del tutto estinta) e di quella dirigente? Perché non si pongono anche loro queste problematiche di natura strutturale? Purtroppo, la sensazione è che una generazione sia completamente saltata. Come cantava Giorgio Gaber, «la mia generazione ha perso». Ecco il perché del suo silenzio. Una generazione sconfitta, uscita dal ’68 credendo di poter dismettere l’autorità e ritrovatasi, invece, disarmata dinnanzi al nuovo volto del padrone, un volto invisibile: «l’invisibile tirannide», per usare le parole di Tronti. Come profeticamente disse Lacan agli studenti in quel maggio del ’68, «ciò a cui aspirate, come rivoluzionari, è un padrone. L’avrete». L’abbiamo. È la “tirannide democratica” di fronte alla quale tace la politica ed il pensiero di un’intera generazione. Semplicemente la ignora. Non la pone nemmeno come problema. A farlo è invece, parafrasando Rossana Rossanda, la generazione del secolo scorso. Non sarebbe compito loro. «Dove abbiamo sbagliato?», chiede e si chiede Tronti. Saremo mai in grado noi, generazioni del nuovo secolo, di porci questa domanda?

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di Stefania Ragaù

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È appena uscito il pamphlet di Luciana Castellina Ribelliamoci (Add). Questo testo va ad inserirsi all’interno di una discussione apertasi in seguito alla pubblicazione in Italia dell’opuscolo di Stéphane Hessel Indignez-vous!. Una prima risposta ad Hessel, che nel suo testo elogia l’indignazione come momento fondativo da cui può scaturire la partecipazione e l’impegno, l’ha data Pietro Ingrao. Indignarsi non basta (Aliberti) recita il titolo della conversazione tra Ingrao, Maria Luisa Boccia e Alberto Olivetti. Afferma, infatti, Ingrao: «non basta l’indignazione. È una risposta perfino elementare. Occorre costruire un soggetto politico. Si tratta di capire bene, studiare quale possa essere, che forma debba assumere, comprendere in quali modi, volta a volta, questa esigenza si realizzi» (p.18).

Hessel è ben consapevole che l’indignazione non è sufficiente, che occorre anche l’impegno (per cui già si prepara a far uscire il prossimo testo: Engagez-vous!). Scrive, infatti, Hessel che tra le qualità essenziali dell’umano sono presenti tanto «la capacità di indignarsi» quanto «l’impegno che ne consegue».

Qui il problema: è infatti illusoria la consequenzialità immediata tra indignazione ed impegno. Serve la mediazione di un soggetto politico, come giustamente ricorda Ingrao. La nostra epoca lo testimonia molto bene. E Luciana Castellina lo scrive chiaramente: «troppo spesso all’indignazione ha fatto seguito, anziché la voglia di combattere, molta sfiducia nell’umanità, acrimonia verso tutto e tutti». Oggi ciò che viene meno è proprio quel passaggio, apparentemente diretto, dall’indignazione all’impegno. «Se si resta all’indigazione – scrive ancora la Castellina – è facile cadere nell’antipolitica, che è scarico di responsabilità» (p. 19).

La mancata consequenzialità tra indignazione ed impegno è lo snodo centrale su cui bisognerebbe interrogarsi. Infatti in assenza di un soggetto politico, sorretto da un pensiero forte che garantisca una determinata lettura del mondo e degli eventi, l’indignazione non potrà mai trasformarsi in impegno. Questo è il punto. La mediazione politica è necessaria. Fondamentale. Oggi, purtroppo, è proprio questa mediazione che è in crisi, che viene meno. Dietro tutto ciò ci sta la dismissione di un pensiero che si proponeva come alternativa sistemica e di mondo. Un mondo profondamente ingiusto, allora come oggi. Un sistema che continua a basarsi sullo sfruttamento e la disegualianza sociale. Un tempo questi erano motivi più che sufficenti per indignarsi da un lato e per sentire l’urgenza di organizzarsi politicamente dall’altro. Oggi non è più così. Ci si è rassegnati, ci dice la Castellina. All’indignazione seguono da un lato le forme di antipolitica o di associazionismo civile, dall’altro la rassegnazione. Dal basso un’energia potenziale che, in mancanza di altre strutture, fa da sé, dall’alto la rassegnazione di un’intera classe politica incapace di progettare un futuro.

Il sottotitolo del libro della Castellina è significativo: l’alternativa va ricostruita. Occorre, dunque, un soggetto politico che si assuma la responsabilità di questa ricostruzione. Occorre un pensiero di alternativa sistemica. Bisogna  innanzitutto ricominciare a credere che un altro mondo è possibile e, dunque, ricominciare a coltivare un pensiero sul futuro. Come scrive infatti la Castellina, «non possiamo rinunciare a pensare: il futuro» (p. 52).

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Luciana Castellina, Ribelliamoci. L’alternativa va ricostruita (Aliberti editore, 2011)

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