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Archive for dicembre 2011

di Stefania Ragaù

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È da poco uscito un pamphlet di Nina Power, La donna a una dimensione. Dalla donna oggetto alla donna-merce (Derive Prodi, Roma, 2011). Si tratta di un testo molto interessante, costruito attorno alla problematica relazione tra il capitalismo e la donna. «Non c’è dubbio – scrive la Power – che il capitalismo continui a pretendere un osceno sovrapprezzo dalle donne, laddove la sua supposta parità è sempre è solo puramente formale: la separazione fra donna reale e la proiezione consumistica della donna ideale è una contraddizione quotidiana che appare piuttosto manifesta in Italia» (p. 7). La situazione italiana, avverte la Power, appare molto prossima al contesto britannico, osservatorio primario dell’autrice. Vi è un fil rouge che lega la questione femminile all’interno delle nostre società. Questo fil rouge va rintracciato nella struttura di potere economico che imperversa in occidente.

È da qui che la Power avvia il suo discorso, interrogandosi su quale sia la posizione della donna nel mondo dentro il capitale. Questo è il pregio fondamentale del libro: il punto di vista da cui parte il suo ragionamento. Sono infatti ancora troppo poche le analisi che si soffermano sul rapporto tra femminile e capitale. Poche le indagini, i dibattiti su tale tema. Nina Power ci avverte: «se il femminismo intende avere un futuro, deve riconoscere queste nuove forme di colonizzazione della vita e dell’esistenza come forme di dominio che superano di gran lunga l’oggettivazione qual era intesa prima» (p. 43).

Per iniziare a capire meglio queste “nuove forme di colonizzazione della vita”, bisogna innanzitutto soffermarsi «sui cambiamenti specifici che hanno attraversato il mondo del lavoro e sul modo in cui la parola “femminismo” è stata recuperata da quegli stessi che erano tradizionalmente considerati i suoi nemici» (p. 11). Ecco il tema centrale del libro. L’analisi del rapporto tra femminile e capitale prende forma e sostanza attraverso la riflessione sul lavoro. Sulle sue trasformazioni, sulla sua “femminilizzazione”.

Fine del patriarcato. Emancipazione femminile. Conquiste civili e sociali. Con una storia simile alle spalle, com’è possibile trovarsi oggi in una tale situazione, in cui da un lato s’intensifica la mercificazione per immagini del corpo femminile e dall’altro si acuiscono le forme di sfruttamento e discriminazione sul lavoro?

Difficile non chiederselo oggi. La Power dimostra un’amara lucidità a riguardo: «ma come siamo arrivati a questo punto? I desideri veicolati dai movimenti di liberazione del XX secolo si sono forse realizzati nel paradiso commerciale di vizietti autocompiaciuti, orecchini col coniglietto di Playboy e cerette inguinali? Che l’apice della supposta emancipazione delle donne possa perfettamente coincidere con il consumismo è un triste indice della miseria politica della nostra epoca» (p. 9).

Cosa sono stati e come interpretare questi “movimenti di liberazione” ormai passati alla luce del nostro presente? Si può parlare di emancipazione femminile nei termini di un’effettiva liberazione? Il testo della Power permette di riflettere proprio su questo aspetto. Un aspetto su cui si è soffermato anche Mario Tronti nel testo La politica al femminile, il politico al maschile, presente in Dall’estremo possibile (Ediesse, 2011). Tronti non ha dubbi a riguardo. Ragionando sui termini emancipazione e liberazione, egli afferma chiaramente che «ha vinto il paradigma dell’emancipazione, ha perso il progetto della liberazione». Il realizzarsi del primo paradigma non ha conseguentemente portato ad un processo di effettiva liberazione. Anzi. «Il punto – continua Tronti – di cui va presa coscienza è che la conquista dell’emancipazione ha funzionato come strumento per la sconfitta della liberazione».

Non è dello stesso avviso Laura Fortini che critica questa posizione di Tronti in un articolo apparso su “il manifesto” (L’utopia concreta del partire da sé, 12 luglio 2011). Si sposa qui l’idea che una delle rivoluzioni del Novecento, quella femminile (lungi dall’essere catalogata tra le rivoluzioni fallite del Novecento, come sostiene Tronti), «vi sia stata e sia tutt’ora in corso». La Fortini parla infatti delle conquiste femminili nei termini di un’utopia concreta, utopia che ha effettivamente attraversato la vita quotidiana delle donne, delle singole esperienze, proprio «a partire dall’autodeterminazione del corpo».

Ora, continuando a riflettere servendoci della coppia di termini emancipazione/ liberazione, sembra che la Fortini intenda l’emancipazione femminile nel senso di una vera e propria liberazione. Un’utopia concreta, appunto. Tuttavia, ricordandoci le questioni poste dalla Power e citate poc’anzi, bisognerebbe innanzitutto chiedersi come mai l’emancipazione femminile si sia potuta dare proprio all’interno del capitale? Si può parlare infatti di emancipazione nei termini di una liberazione, una rivoluzione riuscita, un’utopia concreta, dal momento in cui questa si è potuta realizzare proprio all’interno del sistema capitalistico?

Questo è il nodo problematico che un rinnovato pensiero femminista dovrebbe porsi. Questa la questione che il testo della Power ha il merito di sollevare. Come si può infatti parlare di autodeterminazione del corpo femminile all’interno di un sistema che converte immediatamente quell’autodeterminazione in una «proiezione consumistica della donna ideale»? Il rischio, paventa ancora Nina Power, è che il femminismo così inteso diventi un puro potere d’acquisto (p 56). Ovvero non sia di fatto conflittuale, ma connivente con il sistema capitalistico. Quello stesso sistema che mercifica il corpo “emancipato” delle donne. Ecco, dunque, perché è importante la prospettiva in cui si pone il pamphlet della Power. Ecco perché i termini emancipazione e liberazione, usati da Tronti, vanno ripresi e fatti funzionare insieme, ma non sovrapponendoli tra loro. Sono strumenti utili da cui ripartire per ripensare all’emancipazione nel senso di un’effettiva liberazione dal discorso di potere oggi vigente. Per sforzarsi innanzitutto di realizzare un’emancipazione femminile non più dentro, bensì al di là del capitale. Un’emancipazione dunque che abbia innanzitutto il carattere e la forza di una liberazione.

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Nina Power, La donna a una dimensione, (Derive Prodi, 2011)

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“Una specie di leggerezza indulgente, quasi una voglia di ridere”

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a cura di Francesco Pilastro

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Biografia minima

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1931

Nasce il 10 luglio nella città di Wingham, Ontario (Canada), in una famiglia di allevatori 1931 ed agricoltori. Suo padre si chiamava Robert Eric Laidlaw e sua madre, una insegnante di scuola, Anne Clarke Laidlaw (nata Chamney).

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1950

Pubblica la sua prima novella, The Dimensions of a Shadow, mentre è studentessa al- 1950 l’University of Western Ontario. Durante questo periodo lavora anche come cameriera, raccoglitore di tabacco ed impiegata di biblioteca.

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1951

Abbandona l’università per sposare James Munro e si trasferisce a Vancouver, British Columbia.

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1963

La famiglia Munro (i due coniugi e le due figlie Sheila e Jenny, nate rispettivamente nel 1953 e nel 1957) si trasferisce a Victoria dove aprirà la libreria “Munro’s Books”.

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1966

Nasce un’altra figlia, Andrea.

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1968

Esce la sua prima raccolta di racconti, Dance of the Happy Shades (La danza delle om- 1968 bre felici), per la quale, nello stesso anno, le viene assegnato il Governor General’s Literary Award, il più importante premio letterario canadese.

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1971

Esce Lives of Girls and Women, una raccolta di storie interconnesse tra loro che fu pubblicata come romanzo.

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1972

Divorzia da James Munro e fa ritorno nell’Ontario dove diventa Writer-in-Residence al- l’università del Western Ontario.

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1976

Sposa Gerald Fremlin, un geografo. La coppia si trasferisce a Clinton, Ontario.

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1978

Esce la raccolta di novelle Who Do You Think You Are? (Chi ti credi di essere?) per la quale riceve, per la seconda volta, il Governor General’s Literary Award.

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1979-1982

Viaggi in Australia, Cina e Scandinavia.

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1980

Ottiene il posto di Writer-in-Residence sia alla University of British Columbia sia alla University of Queensland.

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1982

Viene pubblicato The Moons of Jupiter (Le lune di Giove).

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1986

Esce The Progress of Love (Il percorso dell’amore), per il quale le viene assegnato, per la terza volta, il Governor General’s Literary Award.

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1990

Esce Friend of My Youth (Stringimi forte, non lasciarmi andare).

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1994

Viene pubblicata la raccolta Open Secrets (Segreti Svelati).

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1998

Esce The Love of a Good Woman (Il sogno di mia madre).

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2002

Sua figlia Sheila pubblica un libro di memorie d’infanzia, Lives of Mothers and Daughters: Growing Up With Alice Munro.

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2004

Viene pubblicato Runaway (In fuga).

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2006

Esce The View from Castle Rock (La vista da Castle Rock). Viene presentato al Toron- to International Film Festival il film di Sarah Polley, Lontano da lei, tratto dal racconto The Bear Came Over the Mountain, presente nel libro Hateship, Friendship, Courtship, Loveship, Marriage (Nemico, amico, amante…), pubblicato per la prima volta nel 2001.

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(fonte principale: http://www.it.wikipedia.org)

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 Invito alla lettura

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La parola chiave è levità. Intendiamoci: non la semplice leggerezza, meno aggraziato come termine e che tende talvolta ad avvizzire in superficialità o approssimazione. No, levità. Che è al tempo stesso un modo di approcciare la realtà e, come nel caso di Alice Munro, anche un modo di raccontarla e di accompagnarvi chi legge. In punta di piedi, con un distacco lieve nelle dita, opportuno eppure partecipato, e un certo gusto per la descrizione – minuziosa e accurata senza essere intrusiva e didascalica – che è già dare un certo taglio allo sguardo. È un modo di avvicinare il lettore ai personaggi senza avanzare promesse sulle storie che seguiranno. È riuscire a restituire l’accidentalità del dolore e delle sofferenze che ingombrano un’esistenza.

Scrivo – dice Alice Munro – per un momento di choc, di stupore, di rivelazione – ciò che rende la vita appassionante per me”1. La vita quotidiana, per dirla con Citati, familiare, che per la scrittrice canadese ha anche una precisa connotazione temporale, storica e geografica. “Come quella di Flannery O’Connor, l’immaginazione di Alice Munro affonda nel passato contadino del Canada e degli Stati Uniti. La sua vera patria sono gli anni tra il 1935 e il 1950, quando la cosiddetta civiltà di massa non aveva (apparentemente) uniformato il mondo”2. Da qui la scelta dei personaggi, delle storie. Volti femminili – ragazze, donne – dei quali impariamo qua e là i gesti, le sfumature degli sguardi e dei pensieri senza che reclamino amore, biasimo o condiscendenza. Solo comprensione, tacita e gratuita.

Ogni volta che iniziamo una di queste storie – scrive Pietro Citati – penetriamo in un nuovo cosmo narrativo, che obbedisce a proprie leggi e preferenze, e ogni volta ci sentiamo spaesati, stupiti, talora sconvolti. Non capiamo, e solo lentamente ci abitueremo alle omissioni, alle sorprese, alle deviazioni, ai balzi di tempo, ai bianchi profondi come abissi che ne costellano la superficie”3. L’abisso, la gravità del caso, delle circostanze, dei non-detti che sono l’abisso e la gravità dell’istante, quello che la forma racconto accompagna con il garbo e il distacco di chi ha poche parole da spendere e deve giocarsele bene. Anche se nel caso di Munro è se non altro difficile parlare di scelta stilistica in senso stretto (alla domanda della giornalista Irene Bignardi, che le chiedeva conto della sua predilezione per la forma della short story, aveva infatti così risposto: “[È a causa] del mio lavoro di casalinga. Non ho mai avuto un anno in cui lavorare alla stessa cosa”4). Ma rientra – o sembra farlo – nel gioco delle parti e si è portati ad assecondare questa risposta apparentemente anomala, questa svista, quasi fosse un vezzo o un capriccio.

Una nota a margine merita la scrittura. Che della levità è complice e levatrice e che delle pieghe di un volto, dei balzi di un’emozione è il dorso della mano che, sfiorandoli, li svela. “Che ci sarà nel pianto di un neonato da renderlo così forte, capace di rompere l’ordine dal quale si dipende esteriormente ed interiormente? È come un temporale – insistente, eccessivo, eppure in un certo senso anche puro, spontaneo. Sa più di rimprovero che non di supplica: scaturisce da una rabbia implacabile, una rabbia innata e scevra d’amore come di compassione, pronta a farti saltare il cervello dentro la scatola cranica”5.

note

1 Irene Bignardi, La signora delle emozioni, intervista a Alice Munro, in La Repubblica del 3 dicembre 2008, p. 51.

2 Pietro Citati, La malattia dell’infinito, Mondadori, Milano 2008, p. 459.

Ivi, pp. 455-6.

4 Irene Bignardi, op. cit., p. 51.

5 Alice Munro, Il sogno di mia madre, Einaudi, Torino 2004, pp. 343-4.

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(Ac)cenni bibliografici

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La danza delle ombre felici (La Tartaruga, 2002)

Il sogno di mia madre (Einaudi, 2005)

Il percorso dell’amore (Einaudi, 2007)

Segreti svelati (Einaudi, 2008)

Nemico, amico, amante… (Einaudi, 2005)

In fuga (Einaudi, 2006)

La vista da Castle Rock (Einaudi, 2007)

Le lune di Giove (Einaudi, 2008) 

Troppa felicità (Einaudi, 2011)

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Scelto per voi

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Le lune di Giove (Einaudi, 2008)

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di Francesco Pilastro

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Fate incetta di post-it. Vanno bene anche foglietti di carta, scontrini, biglietti dell’autobus usati. Vi serviranno. Se non altro per mettervi a posto la coscienza. Per permettervi di dire, con una punta di orgoglio: “me ne sono accorto, non mi è passato sotto gli occhi senza lasciare traccia”. Non che si tratti di citazioni brevi, frasi icastiche, buone da mandare a memoria e da spacciare come cultura a ore. No, tutt’altro. Sono atmosfere, quelle da ricordare e annotare, descrizioni di sguardi, di gesti, o anche scelte lessicali, dolci e ricercate al tempo stesso. La bellezza che abita l’imprevisto, il non necessario. Gli “scoppi di lacrime inarrestabili come starnuti”, o le parole che, per farle uscire di mente, bisogna lasciarle avvizzire. O ancora la delicatezza, fra il pudico e il sarcastico, di un commento che sembra quasi una nota a margine, un’appendice: “Mi resi conto che era motivo di orgoglio non permettere al marito di avvicinarsi, ma non potevo credere che «avvicinarsi» volesse davvero dire «fare sesso». L’idea che qualcuno potesse stare addosso a Lily e Marjorie con quella intenzione mi pareva grottesca. Avevano denti guasti, pance cascanti, facce scialbe e butterate. Decisi di prendere l’espressione «avvicinarsi» alla lettera”.

Le lune di Giove sono undici racconti scritti a cavallo della fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta, spesso narrati in prima persona, spesso al tempo presente. Racconti in larga parte autobiografici, per stessa ammissione dell’autrice. Sono storie, come spesso accade nei libri di Alice Munro, di donne le cui vite sono attraversate dai dolori lievi dell’esistenza. Lievi perché in qualche modo attesi, quasi fossero uno scotto da pagare. L’amore, il lutto, i rapporti che si incrinano, il caso. Ed ecco allora l’amara apatia di Lydia, lo sguardo disincantato dell’adolescente ne La stagione dei tacchini o le lucide e distaccate ammissioni di Frances nel magnifico L’incidente. E noi lettori a far da spettatori ad una scrittura che non lascia spazio all’indulgenza, e che, anzi, oppone una prosa piana e rivelatrice a chi attende quasi come una catarsi qualcosa che segni un cambio di passo, una variazione di ritmo. Resta solo un “sì, ma…” stretto fra i denti di chi legge e poi basta. Silenzio e pensieri. Che fuggono via, fra un inciampo narrativo e l’altro, e che bisogna ricondurre a forza alla pagina scritta. Il che, trattandosi di un romanzo, è anche un buon metodo – da prendere con le dovute precauzioni, beninteso – per riconoscerne la qualità.

L’ultima parola la lasciamo ad Alice Munro, ad uno dei suoi delicati ritratti. L’ultima parola la lasciamo ad un volto. “Vincent era sdentato. Si notava subito, ma la cosa non lo rendeva brutto; aumentava soltanto il profondo mistero ironico della sua espressione. Aveva la faccia lunga e il mento sfuggente, lo sguardo non aggressivo, ma accorto. Era magro, muscoloso nei punti giusti, con capelli neri e qualche filo grigio. Gli vedevi addosso tutti gli anni di fatica passata e anche qualcuno a venire, su un fisico che si sarebbe mantenuto scattante fino al giorno in cui Vincent non si sarebbe trasformato in un vecchio inaridito, dalle braccia cordolate di vene, un fatalista affezionato a qualche vecchia battuta”.

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Alice Munro, Le lune di Giove (Einaudi, 2008)

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