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Archive for marzo 2012

di Stefania Ragaù

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Recentemente Massimo Cacciari, in un articolo apparso su “L’espresso” (16 gennaio 2012), ha scritto in merito all’annosa questione del lavoro giovanile e, più in generale, sulle modificazioni avvenute nel mondo del lavoro negli ultimi decenni.

Dalla sua analisi emerge una fotografia obiettiva dell’attuale condizione lavorativa. È finito “l’eroico tempo della grande concentrazione operaia e industriale”. Si sono modificate l’organizzazione e la composizione del lavoro. Ci troviamo insomma dinnanzi a uno scenario profondamente cambiato, uno scenario post-industriale, post-fordista, dove le aziende chiudono, delocalizzano, investono altrove; dove il 60 per cento dei giovani deve inventarsi un lavoro; dove crescono “nuove imprese, di dimensioni quasi individuali, senza alcun sostegno finanziario, con tassi di mortalità elevatissimi”, che “erogano un lavoro ancor più dipendente di quello salariato di una volta”.

La realtà in fin dei conti è questa. Basta, come scrive Cacciari, “avere occhi e girare per le nostre metropoli”. Si tratta in sostanza di un dato oggettivo, un dato di realtà. E dunque, in quanto tale, ineludibile. Il mondo è cambiato. Non è più quello di una volta, in cui era più facile organizzarsi politicamente, in cui era più facile trovare un lavoro o fare un concorso pubblico. Questo è il passato. Oggi la realtà è un’altra. Va accettata, in quanto esito di un processo inevitabile, immutabile.

Questo è l’implicito assioma su cui si fonda il ragionamento di Cacciari. Un ragionamento che presuppone di fatto l’accettazione passiva del dato di realtà e che dunque, in quanto tale, preclude di fatto la possibilità di domandarsi perché la realtà sia divenuta questa. Per Cacciari, infatti, non c’è bisogno di chiedersi perché il mondo sia cambiato, perché non ci si riesca più ad organizzare, perché non si trovi un lavoro dignitoso. Non c’è più bisogno di chiederselo. E Cacciari di fatto non lo fa. Questo il suo errore: eludere una domanda che non può e non deve esser elusa.

È doveroso sforzarsi di riconoscere i nuovi problemi che affliggono la nostra società. Problemi profondamente diversi rispetto a quelli del passato. Problemi rispetto ai quali siamo tutt’ora sprovvisti di una teoria, di un pensiero che ci permettano di fronteggiare tale situazione e di dare delle risposte adeguate. Il discorso di potere che oggi domina le nostre vite è mutato. È avvenuta una riconfigurazione degli strumenti attraverso cui il capitalismo esercitava il suo potere. E dunque innegabile che quel tipo di capitalismo sia ormai divenuto “archeologico”. Senz’altro è così. Però, non si può dire certo che sia venuto meno il discorso di potere che esso produce. Eppure Cacciari pare non accorgersene o, peggio ancora, preoccuparsene. Proprio all’inizio del suo articolo dimostra infatti di cadere in un grave errore di analisi: senz’altro non si può non essere d’accordo nel riconoscere il definitivo tramonto del tempo della concentrazione operaia, ma da qui a parlare anche di fine “dei conflitti tra capitale e lavoro” passa una bella differenza. È un parallelismo del tutto arbitrario. Come confondere infatti la modificazione dei rapporti di produzione con la struttura stessa su cui questi rapporti si danno?

Se da un lato, infatti, è indubitabile che vi sia stata la fine di una stagione, la fine di una precisa configurazione storica del capitalismo, dall’altro è francamente ingenuo, per non dire scorretto, ritenere che con questa sia venuta meno la conflittualità insita nel capitalismo stesso. Quell’inevitabile conflittualità che il discorso di potere costantemente produce. Si è infatti creduto, con la fine della concentrazione di fabbrica e della centralità operaia, di essere entrati in una nuova fase, post-conflittuale, del capitalismo. Ma in realtà le cose non stanno così. L’impasse politica in cui oggi ci troviamo è determinata dal fatto che i rapporti di produzione sono profondamente cambiati, sono mutate le condizioni di sfruttamento della forza lavoro per effetto della nuova ideologia attraverso cui il capitale esercita il suo potere sulla società, e sulla politica. Di fronte a questa importante riconfigurazione storica siamo tutt’oggi sprovvisti di un pensiero che da sinistra sappia leggere e inquadrare all’interno di una nuova dialettica questi mutati rapporti di forza. Tuttavia ciò non significa affatto che sia venuto meno il conflitto capitale-lavoro. Tutt’altro. Significa soltanto che il capitale ha messo sotto scacco questa dialettica conflittuale, determinando così la sconfitta del lavoro e lasciando la sinistra disarmata.

È dunque a causa di questa sconfitta che oggi ci troviamo in quel mondo del lavoro così ben descritto da Cacciari nel suo articolo. Cosa fare? Si può accettare che il lavoro versi in simili condizioni? Si può accettare che un giovane, una persona, un lavoratore o lavoratrice per vivere debbano aprire delle imprese di dimensioni quasi individuali? Siano obbligati a mettersi costantemente in vendita, cercando in tutti i modi di crearsi un proprio profilo accattivante? Magari facendo sconti su diritti e salario, pur di essere assunti? Si può accettare che le imprese nel nostro paese non investano più in formazione, non puntino più sulla professionalizzazione dei lavoratori, ma giochino esclusivamente al ribasso sulle condizioni lavorative?

Le cose oggi stanno così ci dice Cacciari. Il lavoro giovanile è purtroppo questo. Ci troviamo dinnanzi ad uno status quo per cui le nuove forme di organizzazione del lavoro, e la perversione dei tradizionali rapporti di produzione, non può che essere accettata, cercando semmai di tutelare queste nuove condizioni. Cacciari infatti non si pone il problema di cosa fare per cambiare questa situazione. La situazione non può essere cambiata. L’unica cosa da fare è quella di tutelare questa nuova forza-lavoro prevalentemente giovanile. Tuttavia, così facendo, accettando cioè questa nuova forma di organizzazione del lavoro, si finisce di fatto per legittimarla, legittimando così un cambiamento che, lungi dall’essere prodotto da un naturale sviluppo evolutivo, progressivo, è stato determinato da precise scelte politico-economiche. Scelte e operazioni che hanno in sostanza causato quella perversione dei rapporti di produzione, mettendo sotto scacco la dialettica tra capitale-lavoro.

Accettare tutto ciò, accettare lo status quo, porta inevitabilmente a non riconoscere più quella conflittualità che pur permane in quanto consustanziale al sistema stesso. A non riconoscere più l’implicita dialettica che permette al discorso di potere di funzionare e di produrre la sua egemonia sulla società. In questo modo, si finisce per spostare quello scontro su un altro piano, un altro livello che non minaccia di fatto le dinamiche di potere vigente. È proprio quanto avviene nel discorso conclusivo di Cacciari, per il quale, infatti, si tratta di rimuovere il prima possibile quelle forme residuali del passato, quelle tutele che andavano bene in un altro sistema economico-produttivo, ma che oggi risultano non solo anacronistiche ma persino dannose, in quanto garantiscono i padri, lasciando privi di diritti i figli. Il problema del lavoro giovanile, in sostanza, risiede per Cacciari in una irrisolta conflittualità generazionale: il vecchio contro il nuovo. Cacciari rifiuta l’idea che il “futuro” debba stare al servizio del “passato” e che per questo motivo il “nuovo” non riesca ad esprimersi liberamente e in piena autonomia, in quanto gravato dal peso del “vecchio”. Insomma, il lavoro giovanile per svilupparsi e trovare un adeguato riconoscimento necessita di “una politica del lavoro capace di strutturare queste nuove forme di impresa, di puntare sulla loro crescita”. Ma fintanto che sopravvivono le vecchie istituzioni di un tempo e con esse le vecchie resistenze nostalgiche, ciò non sarà possibile. E i giovani si troveranno ancora in un mondo incerto e in una situazione precaria, per colpa di quei privilegi che i padri, i nostalgici e alcuni sindacalisti ancora si ostinano a chiamare diritti. Così facendo si finisce col spostare la conflittualità strutturale tra capitale-lavoro su un banale e brutale conflitto intergenerazionale, riflesso contemporaneo della ben nota e antica “guerra tra poveri”.

In questo modo Cacciari dimostra di rifuggire dai vecchi ideali non più spendibili per abbracciare un nuovo mito: il mito del progresso, dell’innovazione, dello sviluppo. Quel mito, prodotto dell’ideologia imperante del capitale, spinge a guardare avanti, voltando le spalle al passato, per adeguarsi al continuum della storia, nell’accettazione e/o rassegnazione di fronte al suo inevitabile sviluppo progressivo. Ma, del resto, cosa fare altrimenti?

Forse è osare troppo ricordarsi cosa il quadro di Klee insegnò a Benjamin? Forse. Però ricordarsi dell’angelus novus può aiutare a vedere che esiste un’altra risposta ai problemi reali che Cacciari così bene ci indica. L’angelo della storia, come ci dice Benjamin, ha infatti “il viso rivolto al passato”. Egli vede macerie su macerie accatastate ai suoi piedi. Vorrebbe agire, vorrebbe “riconnettere i frantumi”. Ma “dal paradiso soffia una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l’angelo non può chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle”. La bufera, ci dice Benjamin, è il progresso. È quel continuum della storia, che ci getta inesorabilmente nel nuovo. Sotto le sferzate della bufera del progresso, Cacciari e buona parte della sinistra odierna si arrendono e si convincono che l’unica soluzione sia quella di guardare avanti, adeguandosi responsabilmente al flusso della Storia. Ma questa più che una soluzione dovrebbe apparire a chi si ostina ad essere di sinistra l’esito finale di una sconfitta. Una resa.

Chi invece non vuole arrendersi, chi vuole trovare una soluzione e con essa un’uscita dall’odierna catastrofe che ammassa ai nostri piedi macerie su macerie, dovrebbe dunque ricordarsi delle parole di Benjamin e trovare il coraggio e la forza per opporsi al vento della storia, non voltandogli le spalle. Per guardare avanti, infatti, bisogna saper volgere le spalle al futuro.

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