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di Giorgio Pilastro*

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Una persona, “ospite” di una comunità terapeutica, sollecitata nel corso di una seduta di gruppo ad affrontare con maggiore determinazione la sua attività lavorativa ha chiesto e si è chiesta: “perché devo lavorare ogni giorno, tutto il giorno, per tutta la settimana ed il mese, anche quando ho i soldi per comperarmi quello che mi serve?”. La domanda è meno banale di quanto possa apparire. Tanto che a porsela, pur con intenti retorici, era stato anche uno dei maggiori sociologi contemporanei (probabilmente il più conosciuto), Zygmunt Bauman[1]. “Esiste un’etica del lavoro” – afferma il sociologo – “il lavoro è un valore in sé, un’attività nobile e nobilitante”[2]. Rappresenta un riferimento centrale nella vita di ogni persona, molto di più di quanto possa significare il solo soddisfacimento delle proprie necessità. Molti psicologi e sociologi del lavoro hanno predisposto tabelle o scale dei bisogni da soddisfare abbinando le corrispondenti motivazioni lavorative. Prima i bisogni primari (di sopravvivenza), poi quelli di appartenenza (ad un gruppo) ed infine quelli di realizzazione (personale). A tutto questo risponderebbe il lavoro.

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Cos’è successo?

Marco Panara, giornalista economico del giornale la Repubblica afferma che tutto questo non è più vero. Il lavoro non consente più (almeno in larga parte) la realizzazione della persona, non facilità per nulla l’integrazione in un gruppo ed infine, in molti casi, non assicura nemmeno il soddisfacimento dei bisogni essenziali. L’analisi di Panara è molto attenta e puntuale nel cercare di comprendere appieno cosa sia successo al lavoro negli ultimi trent’anni. Si tratta di un fenomeno complesso. Numerose componenti hanno giocato contemporaneamente, creando una situazione completamente nuova: il suo ultimo saggio (“La malattia dell’Occidente. Perché il lavoro non vale più”, Laterza, 2010) accompagna il lettore nella interpretazione delle cause di questo cambiamento. Lo fa partendo da alcune domande. Come mai nel nostro mondo industrializzato il denaro, ora, conta molto di più del lavoro? Perché le nostre società sono sempre più segnate dall’individualismo? Cosa ha determinato un costante e significativo spostamento di ricchezze dal lavoro al capitale? Perché in questa società per la prima volta il lavorare non assicura più la sussistenza? Cos’è successo? Perché il lavoro non vale più?

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Il lavoro è diventato una merce

I punti di partenza e le variabili da considerare sono molteplici, secondo Marco Panara. Il suo contributo ed il suo aiuto sono preziosi nel districarsi tra fenomeni ed eventi che si sono accavallati e compenetrati negli ultimi decenni. La globalizzazione. E’ indubbio che quel vasto e complesso fenomeno che viene definito come globalizzazione, grazie all’irruzione sui mercati mondiali di nuovi soggetti (Cina, India, Brasile, Sud Africa, ecc.) ed alla velocizzazione degli interscambi commerciali e, soprattutto, finanziari abbia reso il mondo più piccolo. Ciò ha significato opportunità inimmaginabili solo fino a pochi decenni prima, ma anche una “competizione spaventosa”. Economica, produttiva e del lavoro. Milioni di lavoratori occidentali si sono trovati improvvisamente in un mercato incredibilmente più ampio ed in diretta concorrenza con altri milioni di lavoratori disposti a lavorare a condizioni decisamente inferiori alle loro. La stagnazione dei salari ed, in alcuni casi, il loro arretramento in termini di capacità di consumo è stata una delle più evidenti e tangibili conseguenze. La tecnologia. La nuova rivoluzione tecnologica ed informatica ha mutato profondamente anche il lavoro (nelle fabbriche, ma non solo). Se alcune mansioni si sono alleggerite, si sono contemporaneamente ridotte le esigenze di interventi manuali. La penalizzazione delle fasce di lavoro meno specializzate è stata devastante. Le riconversioni lavorative difficili e complesse. L’ingegneria organizzativa delle imprese ha lavorato poi a pieno regime per reggere la nuova e maggiore concorrenza. Le innovazioni sui controlli di qualità sulle linee di produzione ed il cosiddetto “just in time” sono due esempi di questa vera e propria rivoluzione organizzativa. Il sociologo Luciano Gallino[3] ha individuato nel just in time (appena in tempo) anche un mutamento culturale. Si tratta di una tecnica che ha trasformato il modo di produrre ed, in genere, di gestire l’attività produttiva e distributiva. Cresciuta in Giappone, si è via via estesa alle imprese degli altri paesi. L’obiettivo è la razionalizzazione del processo produttivo. Quanto necessario per la produzione, ma anche per la distribuzione e la vendita, viene portato sulla catena o sugli scaffali dei supermercati solo nella quantità minima necessaria per l’attività di brevissimo periodo (giorni o settimane a seconda della durata del ciclo produttivo). Significa l’abolizione o la contrazione massima del magazzino merci. Un risparmio economico notevolissimo. A supporto interviene un sistema di logistica (leggi: camion o altri mezzi di trasporto) che permettono di far arrivare i componenti o le merci necessarie nel luogo di produzione o di vendita, appunto just in time per l’utilizzo. Cosa c’entra con il lavoro? Gallino osserva come questo modello sia stato mutuato anche nel lavoro, con la flessibilità. Utilizzare i lavoratori solo quando serve e nella misura strettamente necessaria all’attività contingente. Quando questo nuovo modo di gestire i rapporti di lavoro è stato completamente deregolamentato, la flessibilità si è trasformata in precarietà con tutte le sue inquietanti declinazioni: nel lavoro, nella vita, nelle relazioni, ecc. Il lavoro è diventato una merce, ammonisce Gallino, o perlomeno viene trattato come tale.

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largo ai debiti!

Tutti questi fenomeni si sono inseriti in un periodo storico nel quale ha imperato il modello economico e sociale thatcheriano: meno stato più mercato. Sulle due sponde dell’Atlantico il neo liberismo mostrava il lato più aggressivo e cinico del modello capitalista. Il lavoro ha perso progressivamente valore economico ed anche etico. E’ stato spodestato della sua centralità. Sostituito dal denaro che diventava il veicolo di riferimento attraverso il quale accedere ai beni: rifugio economico e culturale di una società sempre più orientata esclusivamente sui consumi. Le ricchezze si sono spostate sulle rendite di capitale. Quelle del lavoro sono via via diminuite. E’ a questo punto che si apre, a giudizio di Panara, il capitolo della finanziarizzazione dell’economia del quale stiamo vivendo ora uno dei passaggi finali più delicati. Se l’attenzione si spostava, anche nelle classi meno privilegiate, dal reddito al patrimonio (beni), per farlo era ed è necessario il denaro. Ma se questo non c’è o non ce n’è a sufficienza? Ci si indebita. Il sistema non poteva rischiare che il calo dei salari e del loro potere d’acquisto si trasformasse in malcontento a causa di un abbassamento dei tenori di vita. E, quindi, largo ai debiti! Per decenni l’Occidente si è indebitato in maniera spropositata per mantenere il suo livello di benessere. La sua malattia era ampiamente diagnosticata, ma taciuta. Il resto è cronaca degli ultimi anni, mesi e giorni. Le bolle speculative sono scoppiate ad intervalli sempre più ravvicinati. Sino all’ultima i cui effetti devastanti sono tuttora in corso. Le crisi, dice Panara, sono un razzo a quattro stadi: “la crisi finanziaria, la crisi dell’economia reale, il crollo dell’occupazione, l’esplosione dei debiti sovrani”. E’ evidente come, in questo momento, la crisi sia purtroppo definitivamente “in orbita” con il distacco anche dell’ultimo stadio. “Il re è nudo!”, sentenzia l’autore.

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riconoscere il valore sociale del lavoro

Cosa fare? Le ricette non sono semplici. E sono, tra l’altro, terribilmente urgenti. Anche perché non va dimenticato come il lavoro sia strettamente legato alla democrazia: “è stato una leva per il suo sviluppo”, sottolinea l’autore. Un elemento di aggregazione e di condivisione sociale. Un elemento di crescita culturale, non solo economica. L’ammonimento di Panara è che si torni a riconoscere “il valore sociale del lavoro”. Questa deve diventare la prima missione di una classe dirigente (politica ed economica) che sappia davvero interpretare le novità del XXI secolo. “Ogni volta che il lavoro è stato messo al centro, che sia stato da San Benedetto, da Calvino o dalle costituzioni”, dice Panara, “ne è sempre seguita una fase di progresso civile ed economico e di conquiste di libertà”.

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note

[1] Zygmunt Bauman, Lavoro, consumismo e nuove povertà, Città Aperta Edizioni, Troina (EN), 2004.

[2] Ivi, pag.19.

[3] L. Gallino, Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità, Editori Laterza, Bari, 2007.

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M. Panara, La malattia dell’occidente. Perché il lavoro non vale più, (Laterza, 2010)

[* L’articolo è apparso sull’ultimo numero della rivista “Esodo“, Tra necessità e liberazione: riflessioni sul lavoro (n°4- 2011)].

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di Giorgio Pilastro

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A Zugliano, un paesino alla periferia sud di Udine, c’è un sacerdote che, a buon diritto, può essere considerato un esponente locale della teologia della liberazione. Il movimento ecclesiale e popolare sorto nel continente latino-americano negli anni sessanta del cosiddetto “secolo breve”, che ha scaldato i cuori e sollecitato le menti di tanti campesinos. “Pastori teologi” che hanno saputo tradurre nella realtà degli ultimi, degli esclusi, dei reietti sociali lo spirito e l’insegnamento evangelico. Preti che hanno coltivato e che continuano a coltivare esperienze di condivisione, di comunione ed anche di lotta. Che fanno toccare con mano le ispirazioni del Concilio Vaticano II.

Don Pierluigi Di Piazza vive questa esperienza in terra di Friuli. È un friulano della Carnia. Gente schiva. Montanari di poche parole. Molto concreti. Da alcuni anni ha costruito, partendo da una mirabile iniziativa di “economia solidale e sociale”, un centro di accoglienza che ha voluto dedicare ad Ernesto Balducci, anch’egli un testimone della liberazione evangelica. “Non è stata una dedica formale – afferma lo stesso don Pierluigi Di Piazza – ma l’assunzione dell’impegno di accoglierne il messaggio, le intuizioni, le prospettive”. Quando arriva a Zugliano, don Pierluigi è già un prete scomodo per la gerarchia. Più volte allontanato. Riceve un contributo regionale per ristrutturare la casa del parroco (siamo nel periodo del post terremoto friulano). Con questo denaro è giusto costruire la villa per il prete, oppure è più evangelico ricavare con la somma anche un luogo per accogliere chi ha bisogno di un tetto dove poter dormire? Pone la domanda alla sua nuova comunità. Durante la messa. La risposta è positiva. Nasce così il Centro Balducci. In un periodo in cui l’immigrazione è ancora agli albori. Arrivano i primi extracomunitari: dal Ghana. Trovano accoglienza. La vicenda del Balducci di Zugliano conosce un percorso tutto intriso di profonda consapevolezza da parte di don Pierluigi e dei suoi collaboratori e volontari sulla necessità di essere attenti e disponibili nei confronti delle sollecitazioni e delle richieste di aiuto. Nasce anche un centro culturale. La moltitudine di persone provenienti da tutte le parti del mondo (le “tribù della Terra” di don Balducci), le loro culture, le loro appartenenze, le loro credenze richiedono approfondimenti, riflessioni. Verrà accusato, come dice lui stesso, di essere “un prete poco prete”. Un “politico”.

Recentemente ha raccontato i suoi trentacinque anni di sacerdozio in un libro: “Fuori dal tempio – La Chiesa al servizio dell’umanità” (Laterza, 2011). La narrazione di un impegno civile, politico e religioso. Schierato con i bisognosi. Concreto. Animato da una forte carica emozionale. Per i benpensanti, probabilmente un prete fuori scala. “Mi definisco laico. […] Laici siamo tutti, per una comune condizione di partenza, senza pregiudiziali ipoteche ideologiche, religiose, confessionali”. E l’essere prete non vuole configurare una presa di distanza. Anzi. Al contrario “è espressione di un servizio, di una funzione che non potrebbe esistere a prescindere dall’essere uomo laico e credente”. Le sue prese di posizione, anche sui temi cosiddetti eticamente sensibili, sono improntate alla comprensione, alla riflessione. Il capitolo dedicato alla “Chiesa dell’accoglienza”, ad esempio, lo introduce con un passo del vangelo di Giovanni: “amatevi gli uni gli altri…“.

“Un prete schierato – come lui stesso afferma – non neutrale, perché la neutralità, anche quella della Chiesa e dei preti è una finzione”. Un prete di parte. Ma quale parte? “[…] sono dalla parte di chi nella vita fatica, soffre, è povero, è spogliato di diritti umani e di dignità”. La sua adesione al Vangelo di colui che lui ama chiamare il Gesù di Nazaret (con una forte connotazione storica) è un punto di riferimento centrale. “Ritengo che proprio il Vangelo – che dovrebbe essere sempre guida per i sacerdoti – possa essere riconosciuto come ispirazione nelle mie scelte”. Un tentativo (sempre imperfetto) di tradurlo in una quotidianità fatta anche di piccoli gesti. Un libro coraggioso il suo. Scritto da un uomo ed un prete coraggioso. Pienamente appartenente alla Chiesa intesa come comunità di fede. La Chiesa in cui afferma di credere è universale, “umile e forte della forza dello spirito”, povera, essenziale, sobria; pluralista, libera dai titoli nobiliari (Eminenza, Eccellenza, Monsignore…), una Chiesa che nelle celebrazioni non esibisce una solennità fine a se tessa, la Chiesa dei martiri e dei profeti che non ha paura della verità. “Spesso rifletto con inquietudine, sofferenza, interrogandomi su come sia stato possibile a partire da Gesù di Nazaret costruire nella storia un apparato religioso di potere e di sacralità che solo in modo vago, intermittente, sfuocato e distorto si riferisce a lui, di fatto oscurando e tradendo la sua persona e il suo messaggio rivoluzionario, nel senso più profondo e completo della parola”. Parole schiette e consapevoli. Ma non solo. La riflessione alla quale invita don Pierluigi è ancora più profonda. E riguarda il volto di Dio, non sempre coerente con quello presentato da Gesù di Nazaret. Com’è possibile che “coesistano altri dei in una sorta di politeismo e di drammatico relativismo proprio riguardo a Dio”: il Dio dei potenti e quello dei poveri, il Dio dei razzisti e quello degli accoglienti, il Dio dei mafiosi e quello di coloro che vengono uccisi dalle mafie. “A quale Dio ci si riferisce?”, si chiede don Pierluigi.

Un prete isolato? Don Pierluigi Di Piazza ha voluto, molto simbolicamente, aprire il suo libro inserendo il testo della sesta “Lettera di Natale” (relativa al 2009). Un documento elaborato da alcuni anni da un gruppo di preti in Friuli Venezia Giulia con i quali condivide impegno e confronto. La sua non è una voce isolata. Pur nella difficoltà di farsi sentire in mezzo alla risonanza mediatica delle dichiarazioni della chiesa ufficiale. Non è solo. Anche se la sua posizione, come quella di tanti altri sacerdoti che sparsi per l’Italia con le loro comunità condividono percorsi simili al suo, fanno fatica a “vedersi”, a conoscersi, a mettersi in rete.

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Pierluigi Di Piazza, Fuori dal tempio. La Chiesa al servizio dell’umanità (Laterza, 2011)

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di Giorgio Pilastro

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L’attuale crisi economica, iniziata nel 2008 con lo scoppio dell’ennesima bolla finanziaria, non sembra affatto una crisi come le altre. Una delle tante che si sono succedute negli ultimi decenni: la bolla asiatica, il collasso finanziario della Russia o quello della new economy, solo per citare le più evidenti. La crisi che stiamo vivendo appare diversa. L’economista Guido Viale si chiede addirittura se da questa crisi si potrà mai uscire. Almeno in tempi brevi. Ipotizza che con essa dovremo limitarci a convivere, cercando di individuare iniziative e progetti per risanare o riformare le situazioni di criticità che via via si presenteranno.

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E’ crollato il mito del pensiero unico…

Perché questa visione così pessimistica? Perché questa crisi, ci ricordano numerosi analisti ed osservatori, partita da una bolla speculativa di tipo finanziario ed allargatasi immediatamente nel tessuto economico delle società occidentali (al momento Cina ed India sono state toccate solo marginalmente) e con evidenti ripercussioni anche sulle economie più deboli, non sta, purtroppo, viaggiando da sola. Ha almeno altre due compagne di viaggio. La prima è la crisi ambientale: le risorse, in particolare quelle energetiche (combustibile fossile), sono in esaurimento e quelle alternative, anche nel caso fossero tempestivamente introdotte nei cicli produttivi e di consumo, non saranno in grado di far fronte all’attuale ed alle future necessità energetiche. Figuriamoci in un contesto di sviluppo costantemente crescente. Ma anche le risorse alimentari si trovano in una situazione di crisi. Pensiamo solo ai prezzi dei cereali, in questi giorni ritornati a sfiorare i livelli massimi del 2008. Oppure all’acqua ed agli scenari che una carenza di questo bene essenziale potrà scatenare. Sono questioni vitali. Soprattutto proiettandoci in un contesto nel quale la popolazione mondiale potrebbe raggiungere in tempi non molto lunghi i nove miliardi di persone. C’è anche una terza compagna che si è accodata all’attuale crisi. Più contraddittoria. Più difficile da decifrare. È la crisi o disillusione culturale. Per certi versi da accogliere con un’accezione positiva. È crollato (o sta sgretolandosi) il mito del pensiero unico che aveva il mercato come suo incontestabile ed inamovibile riferimento. Non siamo più in presenza, infatti, di una crisi congiunturale, ma strutturale. E solo l’establishment finanziario, economico e politico pare non accorgersene o non vuole farlo. Per una vasta fetta della popolazione mondiale e per molti osservatori, analisti, economisti e sociologi, invece, l’attuale crisi ha scoperchiato definitivamente una situazione difficilmente sostenibile.

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… non abbiamo in mano nulla per sostituirlo.

Porre in discussione il modello economico vigente potrebbe (e dovrebbe) essere percepito in termini positivi. Soprattutto da parte di coloro che da tempo denunciano le sue iniquità (l’aumento delle disuguaglianze), le sue degenerazioni (l’annientamento del concetto di lavoro) ed il suo edonismo (il profitto come unico obiettivo). Ma la questione non è così semplice. Il punto è, come ci ricorda ancora Guido Viale, che non abbiamo in mano nulla per sostituirlo. Cosa fare? Molti economisti ammoniscono, in termini un po’ apocalittici, che dopo questa crisi nulla sarà come prima. Ma come sarà? Siamo poi certi di essere, ad esempio, disposti a stili di vita diversi? Più sobri? Siamo certi di non voler più partecipare al “festival del consumismo”? Ci crediamo veramente al fatto che lo sviluppo non potrà essere la sola via di salvezza dalla situazione attuale? Siamo consapevoli che le tensioni sociali, che già si avvertono nitidamente, difficilmente potranno avere soluzioni semplici e, soprattutto, indolori?

Finché permane questa situazione di (terribile) incertezza e manca, quindi, una prospettiva complessiva alternativa (forse la complessità della realtà non può nemmeno permettere un progetto che riesca ad includere i vari punti di crisi e la vastità politica, economica e geografica nella quale dovrebbe calarsi), dovrebbero far premio interventi circoscritti, più limitati, più articolati, purché orientati ed integrati in una visione innovativa, comune e condivisa. Ancora Guido Viale afferma che c’è “uno spazio pubblico da costruire”. È questa la realtà con la quale dovremo confrontarci?

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La parola chiave è: consapevolezza

È indubbio che ci siano interventi, ma soprattutto esperienze di modi o modelli di gestione economica e finanziaria diversi rispetto a quelli egemoni. Nel mondo, nel nostro paese ad anche nei nostri territori. Ci sono e sono molti. L’analista Paul Hawken in una recente ricerca[1] ne ha individuati nel mondo più di 130mila (formali) anche se le sue stime ritengono che il loro numero potrebbe superare le 500mila unità. Lui lo chiama “movimento di movimenti”, dandone una connotazione forse eccessivamente suggestiva. Vero è che queste realtà esistono. E sono numerose. Sono testimonianze, come vedremo, di progetti o esperienze estremamente intelligenti, consapevoli, responsabili ed efficaci. Nel campo finanziario, ad esempio, da molti anni in Europa, e non solo, sono sorte delle realtà che, partendo dal presupposto che nelle scelte di carattere finanziario non è il rendimento dell’investimento la sola dimensione da prendere in considerazione, tentano di coniugare quello che ai più appare un ossimoro: finanza ed etica. Da questa idea sono sorte offerte di investimenti che operano una selezione dei titoli sui quali investire, rifiutando, ad esempio, imprese che operano in certi settori (armamenti, tabacco, ecc.) o privilegiando quelle che osservano determinati standard di attenzione nei confronti delle questioni ambientali, ecologiche, dei diritti umani e così via. In Italia da quasi dodici anni opera una Banca che ha scelto criteri strettamente etici nella selezione dei propri clienti e nell’erogazione dei finanziamenti. Si tratta di Banca Etica. Sede a Padova. 14 filiali sul territorio nazionale. Più di 34mila soci (la gran parte privati). Nata da un’idea del terzo settore e del mondo cooperativo ed associazionistico. Un’esperienza in costante crescita. Una realtà interessante che pone, però, un primo quesito. Qual è l’impatto di questa esperienza nel sistema finanziario che ha determinato la devastazione dei subprime? La finanza etica in Europa è un fenomeno meritorio, ma comunque, tuttora abbastanza marginale: le cifre in questo campo sono aleatorie e risentono dei diversi criteri di valutazione[2]. L’Italia è ancora una cenerentola, pur in presenza di un costante aumento del numero di investimenti etici, soprattutto perché ormai quasi tutte le banche e le finanziarie del sistema hanno nei loro portafogli proposte di prodotti etici. Il mercato innanzitutto! Quest’ultima annotazione pone, infatti, la questione fondamentale della valutazione dell’eticità dei prodotti che passano sotto questo nome. La parola chiave è: consapevolezza. Da parte di chi deve, in questo caso, selezionare con attenzione il suo investimento. Sempre in ambito finanziario, un accenno merita anche il fenomeno del microcredito, nato nei paesi in via di sviluppo, soprattutto per merito del “banchiere dei poveri”, Muhammad Yunus (premio Nobel per la pace del 2006). Si tratta di finanziamenti nei confronti di coloro che non sono “bancabili”, non hanno cioè le caratteristiche per accedere al credito nelle banche normali. È un progetto che si basa sulla fiducia. In Italia nel 2009 sono stati quasi 13milioni[3] gli euro erogati, soprattutto a donne ed immigrati. Anche in questo caso in Italia la realtà è molto frammentata soprattutto considerando che nel nostro paese il tasso di esclusione bancaria è uno dei più alti dell’Occidente (rapporto della Banca Mondiale).

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…un grande festival dell’ipocrisia…

La finanza etica si lega, inevitabilmente, ad un’altra dimensione, anch’essa sviluppatasi negli ultimi decenni, per cercare una risposta concreta alla deriva culturale che continua ad individuare nel profitto il solo ed unico parametro di riferimento delle imprese. È nata l’idea di sollecitare le aziende ad una maggiore sensibilità (superiore, ovviamente, alle imposizioni normative) nei confronti di quelli che sono stati definiti i suoi naturali stakeholders (portatori di interessi): ambiente, territorio, clienti, fornitori, dipendenti, ecc. Anche in questo caso si è parlato di consapevolezza da parte delle aziende che, oltre alla remunerazione del capitale investito ed al corso delle azioni in borsa, dovrebbero avere anche l’obiettivo di migliorare le relazioni con tutte le entità con le quali si trovano ad essere in contatto. Il progetto è partito addirittura in ambito di Comunità europea. Ha avuto una certa diffusione, soprattutto a livello di conferenze, articoli e dichiarazioni. Per il resto poco o nulla. C’è da dire che aziende virtuose ce ne sono, anche nei territori del Nord-est. Imprese che decidono politiche aziendali improntate ad interventi per la salvaguardia ambientale o per migliorare la qualità dei rapporti interni con i lavoratori. Ad esempio, la Valcucine di Pordenone che ha promosso il gruppo Bioforest che accomuna alcune imprese manifatturiere orientate “verso un nuovo modello di sviluppo basato sulla compatibilità tra industria e salvaguardia ambientale”. O il gruppo di industrie che hanno stretto una relazione privilegiata con i gruppi di acquisto solidale (i calzaturifici Astorflex e Vassanelli, il maglificio Erregi, i Produttori Indipendenti). Si tratta, però, di casi abbastanza isolati. La cosiddetta Responsabilità Sociale delle Imprese si risolve in buona parte in un grande festival dell’ipocrisia dove la fanno da padrona solenni dichiarazioni di codici etici (anche Enron e Parmalat le avevano) o la pubblicazione di voluminosi e patinati Bilanci sociali nei quali le imprese di tutti i tipi decantano quanto sono brave: con pochi controlli. Basti pensare che nell’Accountability Rating Italy del 2009 sono presenti ai primi posti alcune delle maggiori aziende italiane con grandi risorse di marketing come Eni, Enel, Monte dei Paschi di Siena, Intesa Sanpaolo e Saipem. Fiat è al decimo posto! Negli indici Dow Jones, poi, che raggruppano le società che investono di più nella responsabilità sociale è presente anche Finmeccanica! La retorica in questo campo è enorme. Come ci ha confermato anche il direttore dell’associazione Veneto Responsabile, Maurizio Padovan, un gruppo che raccoglie realtà attente ad una diversa idea di sviluppo economico e nel quale sono presenti molti enti ed associazioni, ma sono latitanti le imprese. Disinteresse? Poca sensibilità? Forse. Non c’è dubbio, però, che operare e sopravvivere in un sistema che persegue solo il profitto ed il rendimento del capitale ed ha fatto della competitività il solo modello di relazione, non lascia davvero troppi spazi ad etiche di tipo diverso.

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…anche lo sviluppo sostenibile è un ossimoro…

Accanto a questi esempi, alcuni, come visto, con ampi margini di contraddittorietà, anche il fronte della sostenibilità, di una economia cioè che si ponga concretamente la questione delle risorse, del loro depauperamento e, soprattutto, abbia a cuore il mondo che intende lasciare alle generazioni future, si compone di una vasta platea di attività ed iniziative. Realtà piccole o piccolissime, addensate nell’area dei consumatori “responsabili”. Sono i Gruppi di acquisto solidale (Gas), gli interventi per sviluppare le energie rinnovabili di vario tipo, le iniziative di produzione e vendita a chilometri zero per diminuire i costi di trasporto, l’esperienza del Banco alimentare, il commercio equo e solidale. Solo per ricordarne alcuni. Sono le cosiddette “buone pratiche” nelle tante e varie forme in cui possono esprimersi. Messe in atto da piccoli gruppi di operatori e consumatori. Con l’obiettivo di risparmiare risorse. Di diminuire gli sprechi. In buona sostanza, di incrementare un nuovo modo di consumare. Perché, come ammonisce Maurizio Pallante, anche “lo sviluppo sostenibile è un ossimoro, perché lo sviluppo è di per sé insostenibile e la sostenibilità prevede l’abolizione dello sviluppo”. Si arriva alla proposta provocatoria insita nell’idea di decrescita, sviluppata da pensatori ed economisti come Ivan Illich e Serge Latouche. Un concetto che stravolge l’altro pensiero imperante nell’attuale modello economico, quello dello sviluppo sempre, ad ogni modo e ad ogni costo. Su questo terreno le proposte e le attività sono molteplici. In tutti i territori. Restano, però, iniziative frammentarie, con poca visibilità. Quasi mai portate all’attenzione del grande pubblico, anche perché spesso boicottate dai potenti tenutari dell’attuale sistema. A questa debolezza i tantissimi volonterosi protagonisti di questi movimenti stanno facendo fronte con la costruzione di reti, come spiega il coordinatore della Rete di economia solidale del Friuli Venezia Giulia, Ferruccio Nilia. La strategia della rete è determinante. Come quella della creazione dei Distretti territoriali. Per raccogliere, confrontare, supportare e sviluppare le tante buone pratiche che vengono svolte nelle singole aree. Ed anche, spiega ancora Ferruccio Nilia, per superare l’altro aspetto problematico di questi gruppi: il rischio di autoreferenzialità. Presente, spesso, nelle singole realtà. Oppure la tendenza ancora più critica di “bastare a se stessi” come sottolinea David Marchiori, presidente della cooperativa Sesterzo di Venezia. Essere assieme, più visibili per poter contaminare.

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…saremo costretti a pagare un prezzo?

Al conclusione di questo seppur sommario elenco di iniziative e progetti dovremmo ricrederci sul fatto che non ci siano risposte concrete rispetto alla evidente crisi di questo sistema produttivo e distributivo? Forse sì. La domanda da porsi è, però, un’altra. Davvero l’attuale sistema economico e sociale potrà essere migliorato e cambiato da attività (meritorie) come quelle sinora descritte? Saranno capaci, sviluppandosi maggiormente, con maggiori interconnessioni e potenzialità di intervento, di dare una risposta alternativa in grado di cambiare “dolcemente” il sistema? Il professor Giannino Piana ritiene che le varie iniziative dei movimenti o realtà di economia solidale, sostenibile o alternativa, pur con la loro forte connotazione simbolica (intesa in senso positivo), difficilmente riusciranno ad affrontare e risolvere concretamente i problemi di carattere macro-economico e modificare il sistema attuale. Rispetto alla deriva del modello sarà necessario coltivare maggiormente le proposte che richiedono maggiori regole, maggiori interventi istituzionali, maggiori tutele. Più Stato. Sempre, comunque, nell’ambito di un’economia di mercato? I progetti ci sono. Si tratta dell’economia sociale di mercato sostenuta dal cardinale Reinhard Marx[4], oppure i programmi per la democratizzazione del sistema economico o l’economia civile descritta dai professori Stefano Zamagni e Luigino Bruni. Saranno queste spinte (accompagnate da opportuni programmi formativi: scuola e Università), assieme alle varie iniziative di piccoli gruppi ed alle imprese virtuose, muovendosi in sintonia, come auspicava Guido Viale, a fornire una risposta alla crisi dell’attuale modello neoliberista? Oppure, per far fronte a quello che appare come un evidente collasso del sistema, diventerà inevitabile sopportare uno sconvolgimento epocale e, quindi, dover pagare un prezzo. E, se la risposta alla domanda dovesse essere positiva, chi dovrà sobbarcarsi questo onere e, soprattutto, quanto sarà elevato?

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note

[1] Paul Hawken, Moltitudine inarrestabile, Edizioni Ambiente, Milano, 2009.

[2] Il recente Studio sugli investimenti sostenibili e responsabili in Europa a cura di Eurosif parla di 5.000miliardi di euro di asset management a livello europeo nel 2009 – http://www.eurosif.org.

[3] Dato: Rete Italiana di Microfinanza e Fondazione Giordano d’Amore.

[4] Reinhard Marx, Il capitale. Una critica cristiana alle ragioni del mercato, RCS Libri, Milano, 2009, pag. 29.

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di Giorgio Pilastro

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L’ingresso in Praza do Obradoiro è avvenuto senza emozioni (o quasi). Alle otto e mezzo del mattino. Il cielo si rischiarava appena alle spalle della cattedrale. Acquerellato di celeste chiaro e rosa. La piazza era ancora deserta. Eravamo i primi pellegrini della giornata ad arrivare alla meta: Santiago de Compostela. Ottocento chilometri alle spalle. A piedi fanno circa un milione di passi. Ventisei giorni di cammino. Avevamo deciso di arrivare nella plaza (praza in galiziano) della cattedrale alle prime luci dell’alba. Il pomeriggio precedente ci eravamo fermati a Monte do Gozo (monte della gioia): solo cinque chilometri da Santiago. Ancora un’ora di marcia ed avremmo concluso il percorso. Volevamo, però, assaporare ancora un giorno sul Camino. Uno dei tanti accordi taciti o espressi che hanno accompagnato il viaggio con i miei compagni. Durante la cena nell’albergue di Tosantos, anche Fernand, un ciclista francese veterano del Camino, ci aveva consigliato di entrare in città di buon’ora per avere il tempo di ritirare la compostela ed essere presenti alla messa di mezzogiorno in cattedrale. Quella nella quale i botafumeiros fanno oscillare lungo la navata della chiesa un gigantesco turibolo per l’incenso ed il celebrante elenca gli arrivi dei pellegrini in quella giornata.

Monte do Gozo è un’altura sopra Santiago. Come Fiesole per Firenze, Frascati per Roma oppure Opicina per Trieste. La città è lì sotto. Di sera si possono vedere le luci e cercare di individuare le due torri della cattedrale, come si narra facessero i pellegrini nel medioevo. Ci abbiamo provato. Senza risultato. Solo al mattino abbiamo capito che, come i post-sessantottini del film Ecce bombo di Nanni Moretti, guardavamo dalla parte sbagliata. Su questo colle si era fermato anche Giovanni Paolo II. Un monumento enorme (eccessivo) ricorda l’avvenimento, con un improbabile accostamento tra il moderno papa-pellegrino ed il più famoso pellegrino di Santiago: San Francesco. Per me il Camino era terminato su quella collina spazzata da un vento teso e freddo che mi ricordava la bora. O almeno così ritenevo. Non volevo arrivarci. Per tutto il giorno, man mano che i chilometri scalavano sui cippi lungo la strada, inconsciamente rallentavo il passo. Negli ultimi boschi di eucalipti prima della salita i miei due compagni di viaggio si voltavano indietro per controllarmi. Per un muto accordo, in tutti quei giorni, spesso uno di noi rimaneva una decina di metri indietro. Da solo. Il Camino è anche un percorso “in solitaria”. Moltissimi lo affrontano da soli. Anche coloro che lo percorrono assieme ad altri, molte volte, sentono il bisogno di isolarsi. Quel martedì toccava a me. Sapevo che a sera il viaggio sarebbe finito. Non avevo iniziato il Camino per arrivare a Santiago. Di San Giacomo, della tomba, delle reliquie mi importava ben poco. Ero venuto per la strada. Ed ora stava per finire. Per questo sentivo il desiderio che quel percorso non avesse termine. Stavo bene sulla strada. Forse meno avventurosa e trasgressiva della Route 66 di Jack Kerouac, ma egualmente piena di vita e di speranza. Il rifugio di Monte do Gozo è enorme. Orrendo. Assomiglia al campo di concentramento di Natzweiler-Struthof in Alsazia, dove fu rinchiuso per due anni Boris Pahor. Una serie di baracche disposte sui gradoni ricavati nella collina. Moderne. Efficienti. Confortevoli. Anonime. Infilato nel sacco a pelo, dopo la doccia, ripensavo ai tanti albergue o rifugi nei quali avevamo pernottato. Cercavo di ricordarmeli tutti. Erano tanti. Pensavo alle strade che avevamo percorso. In ventisei giorni avevamo calpestato tutti i possibili tipi di terreno esistenti. Non riuscivo ad elencare i tanti sinonimi di strada, sentiero, tratturo o viottolo necessari per descriverli tutti. Avevamo camminato sulla terra battuta, sulla ghiaia, sull’asfalto, sull’erba, sui sentieri di montagna, in mezzo alle campagne, nei paesini, nelle città. Un viaggio verso Ponente. Ogni mattina il sole ci sorprendeva alle spalle tracciando ombre lunghissime e magrissime davanti a noi. Non era chiaro se da dietro ci spingesse a proseguire o quelle ombre fossero dei segnali inequivocabili sulla direzione da seguire. Verso Ponente. Ora, però, tutto questo stava terminando. La strada era finita. Il senso di questa mancanza si mescolava alla consapevolezza dell’itinerario percorso. Anche all’incredulità. Ottocento chilometri a piedi. Sembrano un’enormità. Invece, non lo sono. Un passo dopo l’altro, un giorno dopo l’altro, un paese dopo l’altro e ti accorgi che ti sei allontanato dalla partenza e ti stai avvicinando all’arrivo. Erano parecchi giorni che stavamo metabolizzando l’arrivo. La conclusione. In fondo l’idea di “non arrivare” non era mai stata presente. Nemmeno durante un caldo pomeriggio a Mansilla de las Mulas quando un fastidiosissimo dolore al gluteo, che mi perseguitava ogni mattina, non mi permetteva quasi di camminare. Nemmeno allora ho pensato concretamente che non sarei arrivato. Santiago, però, non è stata una conquista. Santiago non è stato nemmeno un risarcimento, una retribuzione per una promessa o per un impegno. Come per Jacinto, uno spagnolo conosciuto a Bercianos del Real Camin, che ha fatto la prima volta il cammino per esaudire un voto (segreto). La seconda per un altro giuramento che riguardava sua figlia. Gli altri perché “el camino es muy bonito”. Era arrivato a quota sette. Compresa una attraversata “invernale”. Davvero dura, a suo dire. Non abbiamo avuto difficoltà a credergli.

Dal Monte do Gozo siamo partiti con il buio. Come ogni giorno. Anche se si trattava di una giornata particolare. Nemmeno l’ultimo giorno siamo venuti meno agli orari “monacali” che ci eravamo dati. Sveglia alle cinque a quarantacinque. Un quarto d’ora prima della maggioranza dei pellegrini. In silenzio per non disturbare quella residua porzione di sonno alla camerata. Gli ultimi giorni ero in grado di riempire lo zaino al buio, senza l’ausilio della pila. A tastoni. Sulla branda riuscivo a “vedere” al tatto tutto il mio “avere” e ad infilarlo ordinatamente nello zaino. Tre quarti d’ora dopo eravamo “operativi” come ama dire Franco, il mio compagno di viaggio sull’Athos. Questa mattina, però, siamo andati un po’ al rallentatore. Capivamo che c’era qualcosa di diverso. Abbiamo attraversato il viale in mezzo alle due file di baracche. Deserto. Le luci illuminavano le finestre. Immaginavamo il consueto trambusto prima della partenza quotidiana. Molti si sarebbero attardati. Ieri sera l’euforia era palpabile. Non solo tra i più giovani. Volti visibilmente eccitati. Qualcuno aveva fatto le ore piccole. Pochi tornanti e siamo arrivati al cartello stradale: Santiago. Lungo i vialoni di periferia i lampioni erano ancora accesi. Il traffico delle città al mattino presto, in entrata ed in uscita. Colazione in un bar già aperto (per i pellegrini). Poca gente per la strada. Poi, attraverso la Porta do Camino, lungo le stradine della città vecchia siamo scesi fino alla piazza della cattedrale. Nessuna emozione. Ci siamo seduti su un muretto di fronte alla facciata della chiesa. Maestosa. Barocca. Imponente. La piazza vuota. Bagnata di recente. I riverberi delle luci sulle pozzanghere. Sembrava ancora più grande. Un immenso palcoscenico che si sarebbe animato di lì a poco. Il primo pellegrino è arrivato dal portico adiacente la chiesa. Solitario. E’ quel francese con il cappello di paglia. Sopra aveva infilzato piume di fagiano e di altri uccelli, oltre a fiori, erbe e targhette delle località attraversate. L’avevamo incontrato anche qualche giorno fa, prima di entrare in Galizia. Lungo una discesa che usciva da un paese cantava “O sole mio…”. Assieme a “mister Lee”. Un coreano che a Bercianos aveva esibito le vesciche più devastanti che avessi mai visto. Non avrei mai pensato che i piedi si potessero martoriare a tal punto: una piaga sanguinolenta sotto la pianta. Era dovuto salire il mattino dopo su un autobus per l’ospedale di Sahagùn o di Leon. Per lui il Camino era finito. Due giorni dopo, invece, verso mezzogiorno lo troviamo seduto al tavolo di un’osteria a Santa Catalina de Somoza. Sorridente. Gioioso. Ci saluta e ci mostra i nuovissimi scarponi. Markus ed Alberta, una coppia di austriaci sulla sessantina, lo “accudiscono” e lo consigliano, per impedirgli qualche altra sciocchezza.

Nella praza di Santiago ormai completamente rischiarata mi chiedo ancora cosa avesse spinto tante persone a percorrere il Camino. Anche a Roncisvalle, ventisei giorni prima, nella immensa camerata con un centinaio di persone appollaiate su tre file di letti a castello mi domandavo la stessa cosa. Perché tutte quelle persone erano disposte ad attraversare a piedi tutto il nord della Spagna fino all’Atlantico? Durante la notte, insonne come quella ad Ouranopolis prima di imbarcarmi per l’Athos, dal letto superiore scrutavo nell’oscurità quella distesa di sacchi a pelo deformati dai corpi che contenevano. Ombre, sagome che si muovevano, che si rigiravano sui giacigli. Respiri, rumori che si incrociavano e si rispondevano nello stanzone. Perché eravamo lì? La sera, prima di cena, nella chiesa di Roncisvalle c’era un’atmosfera più consapevole. Mentre il sacerdote leggeva i numeri e le nazionalità dei vari pellegrini in partenza, tutti sembravano più coscienti. In quell’antico monastero ristrutturato a dormitorio, invece, le cose mi apparivano diverse. Ognuno doveva avere una sua motivazione personale che lo spingeva ad essere in quel luogo. Era, dunque, un viaggio “al singolare”? Mi chiedevo quale significato avrebbe avuto l’”altro”. Il compagno di viaggio. Quello occasionale, incrociato per pochi minuti lungo la strada o quello che mi avrebbe accompagnato per tutto il percorso. In quel momento eravamo accomunati da un progetto e da un percorso. Avevamo atteso sotto la pioggia per tutto il pomeriggio prima che l’ufficio del pellegrino aprisse le porte. Qualcuno stanco della giornata di cammino da Saint Jean Pied de Port (in Francia) dopo aver scollinato il passo reso famoso da Rolando, il paladino di Carlo Magno. In fila per le registrazioni. Operatrici solerti chiedevano il motivo del pellegrinaggio: religioso, spirituale, non religioso. Scrivo: spirituale. Mi sembrava più vicino all’atteggiamento di disponibilità e di attesa che sentivo dentro di me. “Ascolta la strada” mi aveva detto Paolo Rumiz prima di partire. L’ho fatto. Forse per questo me ne sono innamorato. Seconda casella: religione. Avrei risposto: cristiano (almeno nelle intenzioni) come sull’Athos. Non c’era l’opzione. Fila per entrare nel dormitorio. Assalto ai letti. Fila per i lavandini, le docce ed i bagni. Promiscuità. Ho scoperto in quel luogo quanto sia, in effetti, piccolo lo spazio di intimità vitale. Il perimetro di un materasso e dello zaino appoggiato per terra. Ho compreso anche quanto questo stesso spazio sia indispensabile. Il sé, l’io che grida la sua voglia di individualità, di indipendenza, di libertà. Perché eravamo disposti a quella prova? All’aeroporto di Pamplona, Elvio mi aveva detto che per lui non era necessario avere un motivo particolare per quel tipo di esperienza. Era appena andato in pensione. Veniva da Monza. Era partito da solo. Anche poco allenato. “Si vedrà. Qualcosa combinerò”. Abbiamo cenato assieme a Roncisvalle con una coppia di australiani. Poi non l’abbiamo più visto. Non saprò mai se lungo la strada avrà scoperto il motivo per cui era venuto. A metà percorso si sale sul punto più alto del Camino. Alla Cruz de hierro: più di millecinquecento metri di altitudine. Una salita lunghissima. Molto dolce. Quasi impercettibile. Una giornata di cammino. In cima un altissimo palo con una croce sopra (di ferro, appunto), circondato da una montagnola di sassi. Talmente tanti che ci si può anche salire a piedi. La tradizione vuole che ognuno porti un sasso da casa e lo lasci lì. E’ il peso dei peccati che viene abbandonato sopra la montagna. Una sorta di auto-remissione laica delle colpe. Più grande è il peccato, più grande deve essere il sasso, recita una targa. Io non ho portato nessuna pietra. Non perché non avessi peccati (forse la pietra non sarebbe nemmeno entrata nello zaino). Non ero semplicemente venuto fin lì, in quella nuvolosa mattinata, per espiare colpe o cose del genere. Nell’albergue di Tosantos, la sera, durante l’incontro comunitario (rigorosamente facoltativo) ognuno scriveva su un bigliettino (anonimo) il motivo del suo Camino. Le sere successive altri pellegrini avrebbero letto questi foglietti. Così abbiamo fatto anche noi. Mi sono fatto un’idea dei pesi e delle colpe che venivano portati lungo quelle strade di campagna e di montagna. Una religiosità retributiva, contabile, mercantile. Camminare, fare fatica ed in cambio un tu (o un Tu) esaudisce i vari desideri. Non era proprio il mio Camino.

Ora, poco prima dell’inizio della messa di mezzogiorno, la piazza di Santiago è ormai piena. Gruppi di turisti frammisti ad un numero sempre maggiore di pellegrini. Volti conosciuti. Altri mai visti. Mi chiedo come dopo ventisei giorni e le tante persone incontrate, raggiunte, viste durante la strada ci fosse ancora qualche volto ignoto. Spuntato da chissà dove. “Guarda chi arriva!” E’ quel ragazzo che la mattina nel buio a Roncisvalle si era infilato velocissimo nel bosco con la pila sulla fronte. Ci eravamo guardati ed avevamo pensato: “questa sera arriva a Santiago!”. Mi chiedo quale strada abbia fatto. Quali soste. Quanti chilometri avrà percorso al giorno. Il Camino è anche questo. Ognuno disegna il suo. La strada è una sola (o quasi) ma i punti dove fermarsi, dove pernottare, i chilometri da percorrere tracciano un itinerario personale. Deciso da scelte, da circostanze. Spesso da necessità. E’ un paradigma della vita. Anche di questo farfuglio e ripenso in questa mattinata fresca di inizio ottobre. Il 1° ottobre. Mercoledì. La strada ed i giorni che voltandomi da questa piazza rivedevo dietro a me sono pieni di persone, di saluti (hola!, buen camino!), di chiacchiere, di discorsi. Incontri. Ingrid da Graz che era venuta a camminare per incontrare gente. Gente di un certo tipo, diceva lei. Disposta a trascinare uno zaino di almeno dieci chili per quasi trenta giorni. Shirlee, una giovane inglese bionda, che era venuta perché lo scorso anno lungo la strada aveva incontrato una “persona speciale”. Era ritornata da sola per ritrovare quei luoghi. Lo diceva con gli occhi lucidi. Olga, la ceca, mia vicina di materasso per una notte. Semplicemente desiderosa di conoscere gente nuova. Qualcuno percorrerebbe il Camino con il cronometro in mano per misurare la propria performance. Altri lo farebbero in ginocchio per espiare nella sofferenza chissà quali colpe. C’è chi vuole raggiungere Praza do Obradoiro e dire: “ce l’ho fatta!”. Come quella coppia di tedeschi che sono arrivati in bicicletta e si abbracciano e si baciano al centro dell’enorme sagrato. Scopriamo che venivano da Amburgo. Un numero enorme di chilometri. Nella piazza arriva anche il gruppo di giovani che ci aveva accompagnato per parecchie giornate. C’è anche quel ragazzo francese che una domenica, lungo il tratto più noioso e lungo del cammino su una strada asfaltata sotto il sole, in mezzo al nulla, senza un segnale o una curva, lo abbiamo sentito cantare da lontano. Poi sempre più vicino. Ci aveva superati. Appese allo zaino aveva una pentola ed un coperchio. Una notte in un rifugio mi ero alzato ed ero sceso per bere un bicchiere d’acqua. Ero entrato in cucina e lo avevo trovato assieme agli altri a cantare e suonare con delle percussioni improvvisate, mentre Shirlee ballava scalza un improbabile flamenco o qualcosa che voleva somigliarli sul tavolo da cucina. Li avrei baciati. Noi “vecchietti” dovevamo recuperare forze ed energie. Il mattino dopo siamo partiti con i nostri orari mattutini. Li abbiamo lasciati che dormivano nella camerata accanto alla nostra. A mezza mattina abbiamo risentito vociare e cantare. Erano loro. Ci avevano raggiunti. Ora erano lì in mezzo alla piazza ad abbracciarsi e ad improvvisare canzoni spagnoleggianti. Cosa li aveva spinti in questo luogo? Cosa abbiamo in comune noi, loro, gli altri camminatori che arrivavano sempre più numerosi in questo spazio trasformato in un perimetro magico, con i pellegrini che sette o otto secoli fa si muovevano verso questo stesso posto? Cosa abbiamo in comune noi con quei pellegrini che il Camino lo avevano fatto dormendo in comodi alberghi, facendosi trasportare gli zaini da organizzazioni di tour operator? Il Camino in pullman. Colazione in albergo, un’oretta di cammino con lo zaino leggero e poi di nuovo sulla corriera in qualche buon ristorante. Anche questo è il Cammino di Santiago? Può darsi. L’industria turistica, il guadagno, il denaro macinano, deglutiscono e mandano giù tutto. Anche Santiago. Noi abbiamo cercato con ostinazione gli albergue gestiti da comunità religiose per tentare di capire cosa eravamo venuti a fare. Perché attraversavamo i boschi della Navarra, i vigneti de La Rioja o del Bierzo, il deserto delle mesetas in Castiglia e di nuovo i boschi della Galizia. Volevamo sapere se potevamo chiamarci pellegrini o qualcosa del genere. Cercavamo le camerate austere, le tavolate alla sera, le minestre preparate assieme. I racconti del Camino. Le nostre storie personali narrate a persone conosciute qualche ora prima. Il Camino ha a che fare con la vita non con suoi surrogati! Mi mancheranno i tanti racconti dei “veterani” durante le cene. Alla seconda bottiglia di tinto qualcuno affermava di aver percorso il Camino in diciotto giorni. Probabilmente era vero. Sentirò la mancanza dell’entusiasmo dei tanti giovani, lo scambio di informazioni, i consigli. Quante volte sono rimasto da solo lungo la strada a rimuginare, a pensare. Riscoprendo la lentezza delle giornate e la sua immensa bellezza. Il Camino decompone e ricompone il tempo in una sorta di destrutturazione temporale. Ripensavo spesso agli amici monaci ed alla riconoscenza che devo loro per la testimonianza che offrono. Quante volte ho cercato una chiesa per rintanarmi dentro. A volte le ho trovate chiuse, oppure ho incontrato guardiani diligenti che mi chiedevano di pagare un biglietto. Chiese vissute come luoghi d’arte. Alcune bellissime. Sublimavano l’ingegno e le capacità umane: Burgos, Leon. Mi sembravano, però, tutte fuori dalla strada. Estranee a quel percorso. Posticce. Nei volti dei compagni improvvisati, chini a mangiare voracemente una minestra di ceci, ho cercato risposte a tutte queste domande. Davanti alla cattedrale di Santiago sto cercando di rifare il percorso al contrario. Ripercorrere la strada. Cos’è il Camino? Un laboratorio nel quale ognuno può sperimentare ciò di cui sente l’urgenza, ciò per cui ha deciso di fare questa esperienza. Posso dire che, anche qui come sul monte Athos, ho cercato soprattutto il deserto. L’essenzialità delle cose. Leggere e capire ciò che rimane dopo che attorno e dentro di te hai tolto tutto il superfluo possibile. E sei rimasto attonito ed incredulo nel vedere quanto materiale ti sei lasciato lungo la strada. Una scia che ti segue. Come Pollicino con le sue briciole di pane. Ho cercato di abbandonare i segni delle inutilità e dell’eccedente. Ho visto cadere corazze, scudi, ammennicoli, sentimentalismi, scelte perbeniste, paure. Ho tentato di riscoprire l’essenzialità nascosta nella ricerca giornaliera di qualcosa da mangiare, un luogo dove riposare e dormire. Ho imparato ad amare e “vezzeggiare” parti più umili del mio corpo solitamente accantonate per altre ritenute più importanti. Ho lavato, massaggiato, unto i miei piedi più volte al giorno. Li ho ispezionati, guardati, curati delle pochissime (fortunatamente) vesciche. Non ho mai sentito il bisogno di oggetti, indumenti o quant’altro oltre a quelle poche cose che avevo sistemato nel mio zaino. Ora davanti alla cattedrale con la compostela in mano mi sembra che tutto questo abbia un senso. Mi sembra di aver amato e di amare questa strada. Di averla accettata e di essermi lasciato sedurre fino ad innamorarmene e non volerla abbandonare, come è successo ieri. E’ questo il mio Camino? E’ anche quello di Enzo? O quello di Raoul? I miei compagni di viaggio. Probabilmente, no.

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Post scriptum

Sono a Finisterre. Il giorno dopo l’arrivo a Santiago. Abbiamo preso una corriera. Non avevamo ancora tre giorni a disposizione per i novanta chilometri che la separano da Santiago. Velocità nuova. Dopo tanti giorni nei quali valutavamo le distanze dai centri abitati o dalle montagne in lontananza misurandole in giorni oppure ore di cammino, adesso i paesi sfrecciano veloci ad un ritmo innaturale. Finisterre. L’oceano. Il luogo dove i pellegrini andavano a lavarsi prima di riprendere il cammino di ritorno verso casa (sempre a piedi). Noi moderni pellegrini abbiamo un aereo prenotato per Madrid e poi per Venezia. Mai avrei pensato che quelle poche certezze che pensavo di aver raggiunto solo ieri in Praza do Obradoiro sarebbero state infrante su questo sperone di roccia davanti al mare. Davanti all’Atlantico. Un luogo terminale. Dove finisce la terra ed il viaggio. 42° 53’ latitudine Nord e 9° 16’ 20’’ longitudine Ovest. Oltre c’è solo l’immensa distesa di mare. Non per tutti. Penso a Cristoforo Colombo. Per lui, invece, quello era stato l’inizio. Il punto da dove partire. Ancora verso Ponente. Sotto il faro lo sguardo si perde nell’oceano. Incrocio una ragazza polacca con una specie di shador celeste sulla testa. La voglio salutare, ma mi trattengono i suoi occhi gonfi e le lacrime lungo le guance. Felicità? La rivedo come una sirena sullo scoglio a guardare l’orizzonte sul mare. Altri pellegrini sparsi, silenziosi lungo la scogliera con lo sguardo rivolto alla distesa infinita dell’oceano. Il Camino era davvero finito? Non potrebbe rinascere proprio da questo stesso luogo, come per Colombo?

E’ stato a Finisterre che si è insinuato in me il timore che tutto ciò che avevo provato potesse diluirsi e sparire. Che il Camino finisse veramente. Avesse un suo stop. La ricreazione è finita, si ritorna in aula. Mi sentivo angosciato da quel pensiero. Me lo sono portato dietro lungo la strada del ritorno. Nella corriera verso Santiago. Nell’aereo verso Venezia. Il Camino deve essere davvero fatto a ritroso. Verso Oriente. Non c’è altra soluzione. Solo così è possibile vedere cosa hai lasciato lungo la strada. Capire se sei stato veramente capace di abbandonare tutto ciò che ti sei levato, strappato, tolto lungo il percorso o se si è trattato, invece, solo di una momentanea infatuazione. Solo nella quotidianità, sulla strada del ritorno si può tentare di scoprire il segreto del Camino. Non è detto che ci si riesca. E non è per niente più facile o meno faticoso degli ottocento chilometri a piedi, sotto il sole e la pioggia, con lo zaino pesante……verso Ponente.

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di Giorgio Pilastro

 

 

«Non è dimostrabile, eppure io ci credo: nel mondo ci sono luoghi in cui un arrivo o una partenza vengono misteriosamente moltiplicati dai sentimenti di quanti nello stesso luogo sono arrivati o da lì ripartiti.» Sono le parole con le quali Cees Nooteboom introduce il suo libro Verso Santiago. È difficile essere entrati in Plaza do Obradoiro davanti alla Cattedrale di Santiago de Compostela con un milione di passi alle spalle e non sentirsi conquistati da questa affermazione. Possiamo averlo fatto mentre il cielo ancora albeggiava su Santiago e la piazza era deserta (o quasi) oppure nel corso del mattino, trovando una moltitudine di persone che vagava nello spazio antistante la chiesa con uno strano sentimento misto di euforia e di incredulità. Non cambia. La percezione che quel luogo sia un approdo e che il nostro arrivo si annodi con quello di un’infinità di persone che ci hanno preceduto, e con altre che ci seguiranno, è nitida. Come il calco in negativo del palmo di una mano impresso sulla colonna del portico della Cattedrale da milioni di donne e di uomini che lì hanno voluto lasciare la loro impronta invisibile. Il risultato, come racconta Nooteboom, è un solco «scavato nel duro marmo dalle dita di tutti quei morti». Sono gesti come questo o sensazioni simili a quella che si prova svoltando rua de Fonseca prima di entrare nella Plaza che contribuiscono a creare l’umanità di coloro che hanno battuto le strade verso Santiago. Un universo composito, eterogeneo che da secoli sta riproducendo sui sentieri, attraverso la decine di paesi e villaggi attraversati o l’impronta sulla colonna del portico della Gloria, il mistero del desiderio di incamminarsi, di scoprire, di raggiungere.

Il tema dei libri di Nooteboom è spesso il viaggio. Il nomadismo. Sin dal suo primo racconto, Philip e gli altri, del 1955. La narrazione di un viaggio in autostop attraverso l’Europa che anticipa di due anni il devastante (per un’intera generazione) On the Road di Jack Kerouac. Si autodefinisce uno spettatore del mondo. In una recente intervista racconta di una sorta di inquietudine che lo porta a dover viaggiare sempre. E a raccontare: «[] decisi di andare a Santiago, c’ero arrivato, però non c’ero veramente arrivato perché non ne avevo scritto […]». Viaggiare e raccontare un mondo ormai conosciuto. Scrivere di luoghi che altri hanno già visto, sottolinea Nooteboom. «Non possiamo più sorprendere», come hanno potuto fare i viaggiatori dell’ottocento. I racconti di viaggio odierni devono, quindi, assumere connotazioni diverse. Spostare lo sguardo per farsi sorprendere dalle piccole cose. Da attenzioni per immagini e storie che sfuggono ai viaggiatori frettolosi. Come per il Danubio di Claudio Magris: descrizione di un itinerario alla ricerca di un continente racchiuso lungo le sponde di un fiume. O i racconti di Paolo Rumiz che si snodano lungo percorsi insospettabili, seguendo le piste di storie intuite lungo i segni di carte geografiche dimenticate. Come i reportage di Ryszard Kapuściński o dell’amico Bruce Chatwin. Raccontare per Nooteboom è intrinseco al vagabondare.

Verso Santiago non è il racconto del viaggio verso Santiago de Compostela. Il sottotitolo del libro (Itinerari spagnoli) chiarisce bene il suo contenuto. È un viaggio attraverso la Spagna. In un arco di tempo che racchiude poco più di un decennio: dal 1981 al 1992. «Volevo andare a Santiago ma le strade si sono sfilacciate come una corda che si lacera, gli anni si sono accumulati, mi sono allontanato sempre più dal mio obiettivo, sprofondando in una Spagna che cambiava e un paesaggio che invece restava uguale». La Spagna è la protagonista del libro: « […] non è stato amore a prima vista. Ho avuto un impatto iniziale più difficile rispetto all’Italia: la lingua dalle sonorità più dure, il paesaggio arido della Castiglia. Quando l’ho vista per la prima volta era un Paese povero e sotto una dittatura. Adesso non so più quale Paese amo di più.» Nooteboom attraversa la Spagna dalla Navarra alla Galizia con le sue «nebbie celtiche». E poi verso l’Estremadura o la Mancia sulle tracce di Don Chisciotte, il Cavaliere dalla Trista Figura (la Ruta de Don Quijote). Di nuovo a nord, fino ai paesi Baschi per raccontare la loro dura rivendicazione autonomista. Ma non sono solo i luoghi ad essere raccontati. Sono anche e, soprattutto, i personaggi di una Spagna che viene attraversata lungo la sua storia. Le coppie reali che rievocano i fasti della Spagna dominatrice: Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, Filippo IV di Spagna e la nipote Maria Anna d’Austria sino a Filippo il Bello e Giovanna la Pazza. La storia più recente, e terribilmente tragica, della guerra civile. E poi, attraverso le visite ai grandi musei madrileni, i grandi artisti: Vélasquez, Zurbaràn e Picasso. Ma anche i quadri più anonimi con soggetti religiosi, sparsi nelle tante chiese della campagna spagnola. La loro funzione antica, come spiega l’autore, era quella di una rappresentazione didattico-religiosa per credenti analfabeti. Ora, nei musei, diventano opere d’arte estranee alla vita. Ma c’è anche spazio per altro. Per la fabada asturiana (zuppa di fagioli e salsicce), ad esempio, o la morcilla di Burgos (sanguinaccio). Verso Santiago è un viaggio nella Spagna sconosciuta dei paesini, dei borghi, dei villaggi. In questo, è davvero un viaggio verso Santiago.

 

Cees Nooteboom, Verso Santiago. Itinerari spagnoli (Feltrinelli, 2008)

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