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di Stefania Ragaù

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Letteratura e tragedia nel primo Novecento

Caino & Abele Tiziano

Il mio Carso (1912), unica opera compiuta di Scipio Slataper, può essere pienamente collocato entro quella corrente tragica di primo Novecento che caratterizza la letteratura mitteleuropea e che è ben rappresentata da una figura come quella di Carlo Michelstaedter. La concezione tragica dell’esistenza, le violente contrapposizioni concettuali – persuasione e rettorica, vita e morte, piacere e dolore – e l’impossibilità di trovare una mediazione dialettica sono i tratti distintivi di questa corrente tragica di inizio secolo. Tratti che si ritrovano nel romanzo di Scipio Slataper, Il mio Carso. L’autore infatti ci presenta in questa sua autobiografia lirica un io diviso, teso entro una contraddizione insanabile, senza scampo, impegnato in una lotta non gestibile, una sorta di panmachia.

Si tratta di un testo diviso in tre parti, pensate dall’autore come tre momenti della propria vita: infanzia, adolescenza e scoperta del Carso; la giovinezza, l’ingresso nel mondo degli uomini e la discesa dal Carso; e infine l’età del dolore e dell’accettazione di un compito da adempiere presso gli uomini, nella società.

Il tragico del testo non scaturisce tanto da una visione non pacificata del mondo, da eventi luttuosi o da descrizioni drammatiche, quanto piuttosto dalla presenza di una contraddizione insolubile, espressione più intima di un io in frantumi, che percorre tutte e tre le parti della narrazione. La scrittura stessa si mostra «come terreno di un conflitto piuttosto che come luogo della sua soluzione»1. Come pure il ritmo della narrazione che si carica di una «contraddittoria a-sistematicità»2. Il mio Carso è un testo in cui pare aprirsi «una nuova dimensione narrativa, dominata dalle logiche dell’inconscio»3, logiche che giustificano gli aspetti sadici e distruttivi che a tratti compaiono nel corso della narrazione sino a giungere all’aperta crudeltà, e che creano quel netto contrasto con le esplicite intenzioni etiche dell’autore.

Secondo Luperini, Slataper «tende a razionalizzare l’esplosione di tali pulsioni sadiche e distruttive all’interno di un’ideologia affermativa di tipo vitalistico»4; tuttavia la razionalizzazione che pure si può cogliere nella narrazione non è abbastanza forte da mettere a tacere del tutto quelle pulsioni che a sprazzi irrompono nella scrittura, la alterano, la frantumano, determinando di fatto una prosa disorganica e frammentata, con improvvisi salti logici da una situazione narrativa a un’altra, gravida di visioni oniriche e ossessioni inconsce. Come riconosce Luperini, quella di Slataper è una scrittura carsica, priva di riposo, senza tregua e senza meta, al pari dei vagabondaggi del protagonista. Presenta spigoli, fenditure, schegge aguzze. Un diagramma spezzato di un percorso puntuto e disorientato5.

Questa prosa barbara di Slataper6 altro non è dunque che il riflesso linguistico di una profonda divisione, manifestazione attraverso la scrittura di un io impersuaso e contraddittorio7, che non sa decidersi, che oscilla tra due stati dell’essere, che vaga tra il Carso e la città, attratto dal richiamo di una natura dal volto bello e orribile, ma spinto fino a Firenze, quasi a voler reprimere una pulsione che ha vergogna a confessare.

Ora, questa divisione insoluta dell’essere trova la sua più piena rappresentazione simbolica nella coppia dicotomica di Caino e Abele: infatti nell’arco dell’intera narrazione Scipio Slataper pare oscillare tra due poli, due estremi che a livello metaforico le due figure bibliche ben rappresentano. Queste erano inoltre il soggetto di un suo progetto di tragedia che restò incompiuto, ma le cui tracce si trovano sparse in lettere e annotazioni fino a comparire in una pagina de Il mio Carso8. Ciò avvalora la tesi qui esposta che la tensione dell’io contraddittorio e impersuaso dell’autore, ovvero il principale elemento tragico del testo, trovi un’adeguata rappresentazione simbolica nella vicenda biblica dei due fratelli.

La relazione tra Caino e Abele viene riletta da Slataper nei termini di un’opposizione tra non azione e vera azione, come si può leggere negli appunti sparsi dell’autore. Scrive infatti Slataper: «Caino è la non azione, la percezione esterna pura che obbliga a zappare…è l’occupazione materiale, la pseudo-azione. La vera azione è Abele»9. Abele che coincide per Slataper con il canto, con la poesia, può dunque essere interpretato come espressione dell’io persuaso, mentre il fratello, coltivatore della terra, come colui che è destinato alla vita rettorica, per usare le categorie di Michelstaedter. Ne IMio Carso queste due figure, quasi allegoriche, coesistono, si alternano, sono l’uno lo specchio dell’altro, Abele il rovescio di Caino.

Eppure a metà circa della narrazione l’autore pare propendere per una soluzione. Ricerca una sintesi che però si rivelerà fallimentare. «Io avevo già ucciso Abele. Abele aveva teso le corde fra i corni del bufalo fucilato da me, e cantava. Io l’uccisi»10. Che significato può assumere tale confessione? Il tradimento che Slataper fa verso la sua poetica? Un’implicita ammissione di colpa verso l’incompletezza del suo progetto di scrivere una tragedia? Oppure la scelta del giornalismo, di andare a Firenze, scelta che implicava di fatto una messa da parte della sua attività letteraria? Forse un po’ tutti questi elementi.

Tuttavia Slataper non chiude così il romanzo. Anzi la tensione narrativa si acuisce sempre di più fino a giungere all’acme nella terza ed ultima parte del libro. Qui Scipio s’identifica con Caino: come quest’ultimo anch’egli ha ucciso Abele, la vera azione, condannandosi così a lavorare il suolo, entrando cioè nel mondo della rettorica. Eppure questa entrata non prelude alla conclusione, ma genera una maggiore tensione data dalla resistenza di Scipio ad accettare sino in fondo il suo destino, la sua condanna al lavoro. Ciò che Slataper uccide, vuole uccidere, sono proprio le sue pulsioni inconsce, pulsioni che egli tenta inutilmente di rimuovere, ma che riaffiorano continuamente sotto forma di ossessioni, visioni oniriche, allucinazioni. Esse altro non sono che la testimonianza di un ritorno del rimosso, di un io irrimediabilmente scisso che non riesce a giungere a un’unità con sé e con il tutto, alla maniera dell’Empedocle di Holderlin. La natura, il suo Carso si fanno così nell’ultima parte del testo espressioni della sua lacerazione, urli profondi che segnano una scrittura all’insegna della perdita. Scipio ha ucciso Abele, ma, come scrive nei suoi appunti, Abele non può essere ucciso11, in quanto esso non è un altro fuori di sé, ma è quell’alterità, quel mistero che vive in sé e in ognuno di noi. Si legge infatti nella terza parte del libro:

«c’è sempre dentro di voi il mistero come un piccolo grumo che non si scioglie. Lo portate con voi in tutte le vostre faccende, ed esso sta quieto e buono per darvi l’unghiata all’improvviso. Mangiate il vostro pane e bevete il vostro vino; crescete e moltiplicatevi; perché del pane che mangiate e del vino che bevete si nutre il vostro mistero, ed è l’unica verità certa che i vostri figlioli daranno ai loro figlioli»12.

La sola verità che si possa conoscere è l’esistenza di questo mistero, questo piccolo grumo che vive nell’uomo e che non si può sciogliere. Slataper, come Caino, si ritrova solo e inerte dinanzi a questo mistero impenetrabile, di cui non ne sa nulla. Sa soltanto una cosa. La sua condanna. Il lavoro. «Non sai perché l’erba cresce e il mondo esista. Non sai se il mondo esiste o no. Non sai cosa sei tu. Può essere che il mondo sia nato da una maledizione. Il tuo dannato lavoro sarà, forse, eternamente vano. Ma lavorerai, come se tu fossi, l’ultimo dei rimasti. Dopo – non so se vi sarà riposo. Ma ti prometto che qui non avrai riposo. Qui lavorerai. Questo è certo»13.

Ed è proprio sul tema del lavoro che il testo si chiude. Sulla condanna divina di Caino e dell’umanità si interrompe il racconto di Slataper che celebra un amore verso quella stessa vita che condanna irreparabilmente l’uomo alla solitudine, all’erranza e al lavoro. Una sintesi davvero impossibile. Una tensione che fino in fondo Slataper non risolve, né vuole farlo.

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note

1 R. Luperini, L’allegoria del moderno, Roma, Editori riuniti, 1990, p.135.

2 Ibid.

3 Ivi, p. 133.

4 Ivi, p. 135.

5 Ivi, p. 138.

6 Questa prosa barbara è una precisa scelta stilistico-espressiva dell’autore che infatti nel parlare de Il mio Carso, si richiama chiaramente a Carducci e alla sua poesia barbara: «i critici italiani dicono che dopo Carducci e D’Annunzio è da stolti fare poesia da “barbari”. E io sono uno stolto» (S. Slataper Alle tre amiche Milano, Mondadori, 1958,. 278).

7 S. Slataper, Il mio Carso, Trieste, Editoriale FVG, 2003, p. 76.

8 «Sentivo andare, borbottare, scartabellare, rombare intorno a me, sempre più lontano, lontanissimo, e pensavo chissà perché a Caino e Abele. Dicevo a Dio ch’egli era molto ingiusto con Caino: perché non accetti il suo fumo? I rami carichi di frutti e le biade non valgono l’agnello di Abele? Che male ti ha fatto egli, prima di uccidere Abele? Perché? La Bibbia non dice niente. Pensai che questo poteva essere il pensiero centrale d’una tragedia, e mi misi a ridere malignamente» (ivi, p. 75).

9 S. Slataper, Epistolario, Milano, Mondadori, 1956, p. 84.

10 Ibid.

11 «Caino [lo] uccide in sé, perciò non può essere più ucciso […] Caino muore…Abele è risorto» (ibid.).

12 S. Slataper, Il mio Carso, cit., p. 96.

13 Ivi, pp. 120-121.

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