Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Bauman’

di Giorgio Pilastro*

p

p

Una persona, “ospite” di una comunità terapeutica, sollecitata nel corso di una seduta di gruppo ad affrontare con maggiore determinazione la sua attività lavorativa ha chiesto e si è chiesta: “perché devo lavorare ogni giorno, tutto il giorno, per tutta la settimana ed il mese, anche quando ho i soldi per comperarmi quello che mi serve?”. La domanda è meno banale di quanto possa apparire. Tanto che a porsela, pur con intenti retorici, era stato anche uno dei maggiori sociologi contemporanei (probabilmente il più conosciuto), Zygmunt Bauman[1]. “Esiste un’etica del lavoro” – afferma il sociologo – “il lavoro è un valore in sé, un’attività nobile e nobilitante”[2]. Rappresenta un riferimento centrale nella vita di ogni persona, molto di più di quanto possa significare il solo soddisfacimento delle proprie necessità. Molti psicologi e sociologi del lavoro hanno predisposto tabelle o scale dei bisogni da soddisfare abbinando le corrispondenti motivazioni lavorative. Prima i bisogni primari (di sopravvivenza), poi quelli di appartenenza (ad un gruppo) ed infine quelli di realizzazione (personale). A tutto questo risponderebbe il lavoro.

 p

Cos’è successo?

Marco Panara, giornalista economico del giornale la Repubblica afferma che tutto questo non è più vero. Il lavoro non consente più (almeno in larga parte) la realizzazione della persona, non facilità per nulla l’integrazione in un gruppo ed infine, in molti casi, non assicura nemmeno il soddisfacimento dei bisogni essenziali. L’analisi di Panara è molto attenta e puntuale nel cercare di comprendere appieno cosa sia successo al lavoro negli ultimi trent’anni. Si tratta di un fenomeno complesso. Numerose componenti hanno giocato contemporaneamente, creando una situazione completamente nuova: il suo ultimo saggio (“La malattia dell’Occidente. Perché il lavoro non vale più”, Laterza, 2010) accompagna il lettore nella interpretazione delle cause di questo cambiamento. Lo fa partendo da alcune domande. Come mai nel nostro mondo industrializzato il denaro, ora, conta molto di più del lavoro? Perché le nostre società sono sempre più segnate dall’individualismo? Cosa ha determinato un costante e significativo spostamento di ricchezze dal lavoro al capitale? Perché in questa società per la prima volta il lavorare non assicura più la sussistenza? Cos’è successo? Perché il lavoro non vale più?

p

Il lavoro è diventato una merce

I punti di partenza e le variabili da considerare sono molteplici, secondo Marco Panara. Il suo contributo ed il suo aiuto sono preziosi nel districarsi tra fenomeni ed eventi che si sono accavallati e compenetrati negli ultimi decenni. La globalizzazione. E’ indubbio che quel vasto e complesso fenomeno che viene definito come globalizzazione, grazie all’irruzione sui mercati mondiali di nuovi soggetti (Cina, India, Brasile, Sud Africa, ecc.) ed alla velocizzazione degli interscambi commerciali e, soprattutto, finanziari abbia reso il mondo più piccolo. Ciò ha significato opportunità inimmaginabili solo fino a pochi decenni prima, ma anche una “competizione spaventosa”. Economica, produttiva e del lavoro. Milioni di lavoratori occidentali si sono trovati improvvisamente in un mercato incredibilmente più ampio ed in diretta concorrenza con altri milioni di lavoratori disposti a lavorare a condizioni decisamente inferiori alle loro. La stagnazione dei salari ed, in alcuni casi, il loro arretramento in termini di capacità di consumo è stata una delle più evidenti e tangibili conseguenze. La tecnologia. La nuova rivoluzione tecnologica ed informatica ha mutato profondamente anche il lavoro (nelle fabbriche, ma non solo). Se alcune mansioni si sono alleggerite, si sono contemporaneamente ridotte le esigenze di interventi manuali. La penalizzazione delle fasce di lavoro meno specializzate è stata devastante. Le riconversioni lavorative difficili e complesse. L’ingegneria organizzativa delle imprese ha lavorato poi a pieno regime per reggere la nuova e maggiore concorrenza. Le innovazioni sui controlli di qualità sulle linee di produzione ed il cosiddetto “just in time” sono due esempi di questa vera e propria rivoluzione organizzativa. Il sociologo Luciano Gallino[3] ha individuato nel just in time (appena in tempo) anche un mutamento culturale. Si tratta di una tecnica che ha trasformato il modo di produrre ed, in genere, di gestire l’attività produttiva e distributiva. Cresciuta in Giappone, si è via via estesa alle imprese degli altri paesi. L’obiettivo è la razionalizzazione del processo produttivo. Quanto necessario per la produzione, ma anche per la distribuzione e la vendita, viene portato sulla catena o sugli scaffali dei supermercati solo nella quantità minima necessaria per l’attività di brevissimo periodo (giorni o settimane a seconda della durata del ciclo produttivo). Significa l’abolizione o la contrazione massima del magazzino merci. Un risparmio economico notevolissimo. A supporto interviene un sistema di logistica (leggi: camion o altri mezzi di trasporto) che permettono di far arrivare i componenti o le merci necessarie nel luogo di produzione o di vendita, appunto just in time per l’utilizzo. Cosa c’entra con il lavoro? Gallino osserva come questo modello sia stato mutuato anche nel lavoro, con la flessibilità. Utilizzare i lavoratori solo quando serve e nella misura strettamente necessaria all’attività contingente. Quando questo nuovo modo di gestire i rapporti di lavoro è stato completamente deregolamentato, la flessibilità si è trasformata in precarietà con tutte le sue inquietanti declinazioni: nel lavoro, nella vita, nelle relazioni, ecc. Il lavoro è diventato una merce, ammonisce Gallino, o perlomeno viene trattato come tale.

 p

largo ai debiti!

Tutti questi fenomeni si sono inseriti in un periodo storico nel quale ha imperato il modello economico e sociale thatcheriano: meno stato più mercato. Sulle due sponde dell’Atlantico il neo liberismo mostrava il lato più aggressivo e cinico del modello capitalista. Il lavoro ha perso progressivamente valore economico ed anche etico. E’ stato spodestato della sua centralità. Sostituito dal denaro che diventava il veicolo di riferimento attraverso il quale accedere ai beni: rifugio economico e culturale di una società sempre più orientata esclusivamente sui consumi. Le ricchezze si sono spostate sulle rendite di capitale. Quelle del lavoro sono via via diminuite. E’ a questo punto che si apre, a giudizio di Panara, il capitolo della finanziarizzazione dell’economia del quale stiamo vivendo ora uno dei passaggi finali più delicati. Se l’attenzione si spostava, anche nelle classi meno privilegiate, dal reddito al patrimonio (beni), per farlo era ed è necessario il denaro. Ma se questo non c’è o non ce n’è a sufficienza? Ci si indebita. Il sistema non poteva rischiare che il calo dei salari e del loro potere d’acquisto si trasformasse in malcontento a causa di un abbassamento dei tenori di vita. E, quindi, largo ai debiti! Per decenni l’Occidente si è indebitato in maniera spropositata per mantenere il suo livello di benessere. La sua malattia era ampiamente diagnosticata, ma taciuta. Il resto è cronaca degli ultimi anni, mesi e giorni. Le bolle speculative sono scoppiate ad intervalli sempre più ravvicinati. Sino all’ultima i cui effetti devastanti sono tuttora in corso. Le crisi, dice Panara, sono un razzo a quattro stadi: “la crisi finanziaria, la crisi dell’economia reale, il crollo dell’occupazione, l’esplosione dei debiti sovrani”. E’ evidente come, in questo momento, la crisi sia purtroppo definitivamente “in orbita” con il distacco anche dell’ultimo stadio. “Il re è nudo!”, sentenzia l’autore.

 p

riconoscere il valore sociale del lavoro

Cosa fare? Le ricette non sono semplici. E sono, tra l’altro, terribilmente urgenti. Anche perché non va dimenticato come il lavoro sia strettamente legato alla democrazia: “è stato una leva per il suo sviluppo”, sottolinea l’autore. Un elemento di aggregazione e di condivisione sociale. Un elemento di crescita culturale, non solo economica. L’ammonimento di Panara è che si torni a riconoscere “il valore sociale del lavoro”. Questa deve diventare la prima missione di una classe dirigente (politica ed economica) che sappia davvero interpretare le novità del XXI secolo. “Ogni volta che il lavoro è stato messo al centro, che sia stato da San Benedetto, da Calvino o dalle costituzioni”, dice Panara, “ne è sempre seguita una fase di progresso civile ed economico e di conquiste di libertà”.

p

note

[1] Zygmunt Bauman, Lavoro, consumismo e nuove povertà, Città Aperta Edizioni, Troina (EN), 2004.

[2] Ivi, pag.19.

[3] L. Gallino, Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità, Editori Laterza, Bari, 2007.

p

M. Panara, La malattia dell’occidente. Perché il lavoro non vale più, (Laterza, 2010)

[* L’articolo è apparso sull’ultimo numero della rivista “Esodo“, Tra necessità e liberazione: riflessioni sul lavoro (n°4- 2011)].

p

Annunci

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: