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Posts Tagged ‘Clint Eastwood’

di Giovanni Pilastro a

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Diciamolo subito, per evitare ogni equivoco e per sgombrare il campo da qualsiasi dubbio. Hereafter non è un film sull’aldilà. Prudente e quantomai opportuna in tal senso la scelta in Italia di non tradurre il titolo – come invece si è preferito fare in Francia (Au-delà) – e di resistere anche ad ogni tentazione esplicativa o didascalica, di fatto fuorviante, come dimostra la versione tedesca (Hereafter. Das Leben danach). Hereafter, dunque. Here (qui) after (dopo): “il dopo qui e ora”, per usare le parole di Mariuccia Ciotta (il manifesto, 05/12/2010). Si tratta di un “oltremondo interiore” (Ciotta), di un aldiqua più prossimo all’inconscio che all’eternità. Non è infatti casuale l’analogia fra i fantasmi del Dicken’s Dream – il dipinto che ritrae lo scrittore dormiente alla scrivania, con i personaggi dei suoi romanzi che volteggiano nell’aria attorno a lui – e le visioni del post-mortem, del “dopo”, “qui”. L’esperienza della morte dunque come esplorazione dell’inconscio, dell’aldilà interiore. L’extimité della morte come un pas au-delà della vita. La morte, dunque, come qualcosa che ha che fare intimamente con la vita, capace di cambiarla da dentro: la morte dentro la vita, e non la vita dopo (Das Leben danach) la morte. Non si tratta infatti di proiettarsi aldilà della morte vagheggiando una vita “dopo” (after), quanto piuttosto di fare, nell’aldiqua della vita, esperienza di una morte “qui e ora” (here), una “morte vitale”, per dirla con Jankélévitch, come condizione di una “vita mortale”. Di tre vite. Tre paesi, tre esperienze della “morte vitale”. La morte come condanna,quella di George (Matt Damon), operaio americano in esubero ed ex sensitivo professionista (non pratica più), costretto dall’infanzia a vivere in “contatto” con la morte; la morte come trauma, quello di Marie (Cécile De France), giornalista della televisione francese sopravvissuta (o meglio, morta e ritornata in vita, come era successo a George da ragazzo) nello tsunami in Thailandia; e la morte come lutto, quello di Marcus (George McLaren), bambino londinese che convive con l’assenza del fratello gemello Jason (Frankie McLaren), morto investito in un incidente stradale. Tre vite che, a loro modo, hanno “conosciuto la morte”. E bisogna conoscere la morte per capire la vita: “per riuscire a capire i vivi, bisogna saper frequentare i morti”, questo il monito che in Midnight in the Garden of Good and Evil – assieme ad Hereafter “uno dei film più insoliti e complessi di Eastwood” (Mereghetti) – la vecchia stregona vudù che parla con i morti rivolge ad uno sperduto John Cusack. E per George, Marie e Marcus si è trattato proprio di “frequentare” la morte, di viverla. Ma con un’avvertenza: “non frequentare i morti fino al punto di scordarti i vivi”. Se infatti, come ci ricorda ancora Jankélévitch, “la morte è la condizione della vita”, lo è solo in quanto “negazione di questa vita”. Non bisogna perciò “scordarsi” della vita, “dopo” (after) la morte. Marcus, grazie alla seduta con George (l’unico vero “analista”, in un grottesco mondo di ciarlatani para-terapeuti), scopre la verità del suo lutto: “adesso tu sei da solo”. Nessuna elaborazione, solo l’assunzione di una responsabilità: quella della vita. Dopo aver vissuto all’ombra del fratello, prima, e nella sua assenza, poi, ora si tratta per Marcus di togliersi quel berretto-feticcio, di restituirlo a Jason, che da tempo voleva riprenderselo, come quella volta nella metropolitana. Un caso. Una vera fortuna, per un soffio. Per l’ultima volta. D’ora in avanti non potrà più contare su Jason, perché, come gli dice George, “lui è te e tu sei lui: un’unica cellula, un’unica persona”. Adesso Marcus può finalmente scegliere, trattenendo il fiato, di varcare quella soglia che lo riporterà ad abbracciare la madre. E George? Anche lui dovrà vedersela con suo fratello che lo vorrebbe di nuovo in attività, convinto che non si possa sfuggire alla propria “natura”, un “dono” più che una condanna (come invece crede George), che dovrebbe servire per aiutare gli altri e da cui poter trarre profitto. Ma per George, memore delle parole della sua collega di Savannah, “una vita che riguarda solo la morte, non è vita”. E allora lascia San Francisco per Londra, la città di Dickens, dove riuscirà finalmente a scrollarsi dalle spalle i fantasmi della morte, quelli che non lo lasciavano vivere né sognare. Sognare un bacio, un incontro, forse un amore. Quello che non era funzionato con Melanie (Bryce Dallas Howard) – la ragazza conosciuta ad un corso serale di cucina e che, al primo appuntamento, era scappata via in lacrime, vittima della sua stessa curiosità – potrà forse funzionare con Marie, che i suoi fantasmi li ha dovuti metter per iscritto in un libro (non quello che avrebbe voluto scrivere ma quello che ha dovuto scrivere), il solo modo per poter davvero ritornare alla vita, per sopravvivere al trauma della morte. Alla fine, in quella stretta di mano, il vero “contatto” fra due “vite mortali”.

Hereafter, un film di Clint Eastwood. Con Matt Damon, Cécile De France, Joy Mohr, Bryce Dallas Howard, George McLaren, Frankie McLaren. Drammatico, durata 129 min. USA 2010.

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