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di Stefania Ragaù

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È da poco uscito un pamphlet di Nina Power, La donna a una dimensione. Dalla donna oggetto alla donna-merce (Derive Prodi, Roma, 2011). Si tratta di un testo molto interessante, costruito attorno alla problematica relazione tra il capitalismo e la donna. «Non c’è dubbio – scrive la Power – che il capitalismo continui a pretendere un osceno sovrapprezzo dalle donne, laddove la sua supposta parità è sempre è solo puramente formale: la separazione fra donna reale e la proiezione consumistica della donna ideale è una contraddizione quotidiana che appare piuttosto manifesta in Italia» (p. 7). La situazione italiana, avverte la Power, appare molto prossima al contesto britannico, osservatorio primario dell’autrice. Vi è un fil rouge che lega la questione femminile all’interno delle nostre società. Questo fil rouge va rintracciato nella struttura di potere economico che imperversa in occidente.

È da qui che la Power avvia il suo discorso, interrogandosi su quale sia la posizione della donna nel mondo dentro il capitale. Questo è il pregio fondamentale del libro: il punto di vista da cui parte il suo ragionamento. Sono infatti ancora troppo poche le analisi che si soffermano sul rapporto tra femminile e capitale. Poche le indagini, i dibattiti su tale tema. Nina Power ci avverte: «se il femminismo intende avere un futuro, deve riconoscere queste nuove forme di colonizzazione della vita e dell’esistenza come forme di dominio che superano di gran lunga l’oggettivazione qual era intesa prima» (p. 43).

Per iniziare a capire meglio queste “nuove forme di colonizzazione della vita”, bisogna innanzitutto soffermarsi «sui cambiamenti specifici che hanno attraversato il mondo del lavoro e sul modo in cui la parola “femminismo” è stata recuperata da quegli stessi che erano tradizionalmente considerati i suoi nemici» (p. 11). Ecco il tema centrale del libro. L’analisi del rapporto tra femminile e capitale prende forma e sostanza attraverso la riflessione sul lavoro. Sulle sue trasformazioni, sulla sua “femminilizzazione”.

Fine del patriarcato. Emancipazione femminile. Conquiste civili e sociali. Con una storia simile alle spalle, com’è possibile trovarsi oggi in una tale situazione, in cui da un lato s’intensifica la mercificazione per immagini del corpo femminile e dall’altro si acuiscono le forme di sfruttamento e discriminazione sul lavoro?

Difficile non chiederselo oggi. La Power dimostra un’amara lucidità a riguardo: «ma come siamo arrivati a questo punto? I desideri veicolati dai movimenti di liberazione del XX secolo si sono forse realizzati nel paradiso commerciale di vizietti autocompiaciuti, orecchini col coniglietto di Playboy e cerette inguinali? Che l’apice della supposta emancipazione delle donne possa perfettamente coincidere con il consumismo è un triste indice della miseria politica della nostra epoca» (p. 9).

Cosa sono stati e come interpretare questi “movimenti di liberazione” ormai passati alla luce del nostro presente? Si può parlare di emancipazione femminile nei termini di un’effettiva liberazione? Il testo della Power permette di riflettere proprio su questo aspetto. Un aspetto su cui si è soffermato anche Mario Tronti nel testo La politica al femminile, il politico al maschile, presente in Dall’estremo possibile (Ediesse, 2011). Tronti non ha dubbi a riguardo. Ragionando sui termini emancipazione e liberazione, egli afferma chiaramente che «ha vinto il paradigma dell’emancipazione, ha perso il progetto della liberazione». Il realizzarsi del primo paradigma non ha conseguentemente portato ad un processo di effettiva liberazione. Anzi. «Il punto – continua Tronti – di cui va presa coscienza è che la conquista dell’emancipazione ha funzionato come strumento per la sconfitta della liberazione».

Non è dello stesso avviso Laura Fortini che critica questa posizione di Tronti in un articolo apparso su “il manifesto” (L’utopia concreta del partire da sé, 12 luglio 2011). Si sposa qui l’idea che una delle rivoluzioni del Novecento, quella femminile (lungi dall’essere catalogata tra le rivoluzioni fallite del Novecento, come sostiene Tronti), «vi sia stata e sia tutt’ora in corso». La Fortini parla infatti delle conquiste femminili nei termini di un’utopia concreta, utopia che ha effettivamente attraversato la vita quotidiana delle donne, delle singole esperienze, proprio «a partire dall’autodeterminazione del corpo».

Ora, continuando a riflettere servendoci della coppia di termini emancipazione/ liberazione, sembra che la Fortini intenda l’emancipazione femminile nel senso di una vera e propria liberazione. Un’utopia concreta, appunto. Tuttavia, ricordandoci le questioni poste dalla Power e citate poc’anzi, bisognerebbe innanzitutto chiedersi come mai l’emancipazione femminile si sia potuta dare proprio all’interno del capitale? Si può parlare infatti di emancipazione nei termini di una liberazione, una rivoluzione riuscita, un’utopia concreta, dal momento in cui questa si è potuta realizzare proprio all’interno del sistema capitalistico?

Questo è il nodo problematico che un rinnovato pensiero femminista dovrebbe porsi. Questa la questione che il testo della Power ha il merito di sollevare. Come si può infatti parlare di autodeterminazione del corpo femminile all’interno di un sistema che converte immediatamente quell’autodeterminazione in una «proiezione consumistica della donna ideale»? Il rischio, paventa ancora Nina Power, è che il femminismo così inteso diventi un puro potere d’acquisto (p 56). Ovvero non sia di fatto conflittuale, ma connivente con il sistema capitalistico. Quello stesso sistema che mercifica il corpo “emancipato” delle donne. Ecco, dunque, perché è importante la prospettiva in cui si pone il pamphlet della Power. Ecco perché i termini emancipazione e liberazione, usati da Tronti, vanno ripresi e fatti funzionare insieme, ma non sovrapponendoli tra loro. Sono strumenti utili da cui ripartire per ripensare all’emancipazione nel senso di un’effettiva liberazione dal discorso di potere oggi vigente. Per sforzarsi innanzitutto di realizzare un’emancipazione femminile non più dentro, bensì al di là del capitale. Un’emancipazione dunque che abbia innanzitutto il carattere e la forza di una liberazione.

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Nina Power, La donna a una dimensione, (Derive Prodi, 2011)

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